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Il valore dell’attesa

Mi trovo a volte a cercare di spiegare con delicatezza il valore dell’attesa.images

Quando si parla di bambini questo valore sembra essere stato dimenticato, tralasciato. Come fosse una patina superflua di cui, in fondo, possiamo anche fare a meno. Mi sembra di scorgere questa fretta nei rapporti, nell’apprendimento, nell’urgenza quasi ossessiva di voler far crescere il proprio piccolo velocemente, fuori dai suoi tempi e dentro uno schema. Alcuni bambini mi sorprendono, sono dei piccoli adulti: consapevoli, adeguati, informati, con un modo di esprimersi talmente reale da spaventarmi. Dove sono i bambini imperatori della fantasia? Ne vedo altri, che hanno talmente bisogno di essere considerati bambini che quando racconto loro la favola di C ed E per spiegare che la I in mezzo non ci va, mi guardano con gli occhi strabuzzati.

Inoltre, i miei bambini non giocano. Questo forse mi disarma più di tutto. Non hanno tempo, “e poi cosa vuole, ormai è grande per giocare”. Ma come? Io alla mia età gioco ancora, si figuri! Certo, c’è modo e modo di giocare, ci sono forme diverse, compatibili con la nostra individualità, con la nostra personalità e, perché no, anche con l’età. Ma quando si è stabilito che improvvisamente i bambini dovessero smettere di giocare? E quando ci è stato detto che dovevamo farli crescere come dei gerani sotto l’effetto di qualche sostanza?

Al lamento di una mamma che mi riferiva che suo figlio non si applica abbastanza e che invece i suoi amichetti sono l’emblema dell’efficienza, ho risposto chiedendo come fossero cresciuti in quel modo. La risposta è stata semplice “a suon di legnate”. Al di là dell’espressione, che possiamo anche considerare metaforica, mi sono immaginata una tenera piantina. Avete presente quell’immagine semplice, della vita che nasce e crescere? Ma sì dai, prendete un vaso normale, diametro 20 cm, marrone, ora metteteci dentro un po’di terra profumata e fertile, scavate un buchino e depositate i vostri semi, mettete la piantina al sole, le date sistematicamente da bere e poi che fate? Io aspetterei. E voi? Ora la piantina cresce, avete il problema di farla crescere dritta. Già qui vi fermerei, ve lo ricordate ancora il perché? Sì, perché la pianta deve crescere dritta. Attenti, perché non ho detto “va fatta crescere”, lo sentite l’esubero di azioni che ci sono in questa parola? “Va fatta crescere significa” che ogni azione, ogni pressione, ogni agire che non sia quello della creatura stessa, viene scaricato su di essa. Quindi, dicevamo, deve crescere, da sola! in questo bel vaso che avete preparato per lei. Se non le date da bere, soffre, se non la mettete al riparo dalle intemperie soffre, se sta troppo al sole, soffre, se non le parlate, soffre, se non le volete bene e non la trattate con amore, soffre. La volete dritta? Immaginate di metterle a fianco un bastone di diametro 5 fatto di ferro. Come ve la immaginate la vostra pianta? Ora immaginate di metterle a fianco un bastoncino di legno. Lo sentite l’effetto diverso che fa? Bastone di ferro, vuol dire “ora ci penso io a te, faccio io per te”, bastoncino di legno significa “lasciati accompagnare che ti indico la strada”. Tornando all’attesa, ora che avete creato tutte le condizioni affinché la piantina cresca rigogliosa devo dirvi un segreto. Mentre con una normale pianta, si scelgono i semi che si piantano, quindi, più o meno si sa cosa ne viene fuori, con un figlio il conto è completamente diverso. Infatti, viene fuori, quello che viene fuori. E’ un dato di fatto. Come il fatto stesso che la piantina esiste. E’ fatto di quello che è fatto, è quello che è. Esiste. Vive. Cresce. Ama. Perciò, prima che iniziate a lamentarvi del fatto che sia uscito un cactus invece che una piantina di gelsomino, sappiate che dovete essere avvisati. I figli non li scegliete. I figli non nascono come li volete voi, nascono come devono essere. Ciò che voi potete fare è crescerli con amore. E imparare ad aspettare.

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