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Buona Scuola!

Cari Bambini,
Da poco è iniziata la scuola. C’è chi inizia per la prima volta, chi ormai è abituato. Mi sento comunque di farvi un augurio sincero per la crescita della vostra infanzia.
Vi auguro di vivere in una nuvola di amore, di essere viziati di affetto e che nessuno risparmi il suo amore per voi. Vi servirà.
Vi auguro di conoscere con gioia, di mantenere viva la curiosità anche per le cose banali, di non smettere mai di chiedervi perché anche se gli adulti sorridono quando ve lo sentono dire.
Vi auguro di correre, se non con le gambe, con la fantasia, il più lontano possibile, per mantenere viva quella capacità che è unica dell’essere umano. Essere creativi.
Vi auguro di poter attingere sempre sicurezza e passione da chi vi vuol bene e di costruire una vita di spassionata felicità. Vi impediranno di essere infelici.
Vi auguro di ridere ancora per le sciocchezze, ma soprattutto di stupirvi di ogni cosa. Saranno il motore quando farete fatica.

Per il resto, Buona Scuola!

I geniali bimbi del futuro

Accolgo con un certo stupore le espressioni di meraviglia di quei genitori che osservano i figli ancora infanti gozzovigliare con telefoni e tablet.

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La scena che si presenta è all’incirca così: il bambino, colto da una fase di urlo acuto, pretende con insistenza che gli venga lasciato l’oggetto del desiderio.Tablet o telefono che sia.

Il genitore, soddisfatto, mi mostra la grande capacità del bambino di entrare su You Tube e selezionare un cartone di Peppa Pig, già ad un anno.  Figurarsi come aumenta la meraviglia se invece di selezionare You Tube il bimbo in questione riesce ad entrare nella posta di mamma, o più banalmente a lasciarsi intontire dal suo gioco preferito.

Fantastico.

Non mi sono mai accorta di questa geniale capacità da parte dei bambini. In realtà pensavo che creare semplici  ma efficaci associazioni fosse una loro iniziale prerogativa, ma forse sia io che il buon Piaget ci sbagliavamo.

Secondo questo illustre ricercatore, uno tra i primi ad aver descritto accuratamente le tappe evolutive dello sviluppo umano dalla nascita all’età adulta, ad un certo punto, che si può evolutivamente collocare tra i 12 e i 18 mesi, il bambino intuisce che procedendo per prove ed errori si trovano diverse soluzioni ad un problema; questo, in buona sostanza, significa avere la capacità di riconoscere di possedere uno schema di comportamento, verificare che quello schema non funziona, e scegliere un’altra procedura.

Questo sì è fantastico.

Allora mi viene il sospetto che il mio genitore, non sia tanto affascinato dalla capacità in sé, quanto dal fatto che quel piccolo genio ha imparato prima dell’età adulta.

Questo implica riconoscere a quel piccolo bimbo un perfetto “delirio di onnipotenza” poichè il confronto in opera si svolge con un soggetto di trent’anni più grande.

Forse devo essere più semplice. Il bimbo ad un anno sa usare il tablet, io che ho trent’anni ho appena imparato, allora mio figlio ad un anno ha la prestazione di uno  di trenta.

C’è qualcosa che sul sillogismo non mi torna. Tra l’altro mi viene anche un sospetto. Non è mica che quelli che hanno progettato queste macchine, pensando che dovessero essere il più semplice possibile, hanno pensato di renderle così immediate, da essere utilizzabili già ad un anno o giù di lì?

Vorrei insinuare il sospetto che non c’è nulla di geniale in ciò che questi bimbi fanno, perché in realtà la genialità sta nell’essere umano stesso, per come è stato creato, e con le dotazioni “di base” che ha geneticamente ricevuto.

Tra l’altro vorrei permettermi una critica. A trent’anni si impara ad usare il tablet, dopo un percorso che riguardava, almeno durante l’infanzia, la relazione con il proprio  corpo, con gli oggetti, la possibilità di poterli toccare, annusare, vedere, cercare. E non solo, ovvimente. Ma cerco di elencare tutto ciò che si perde lasciando i piccoli per ore davanti ad una macchina.

La possibilità di scoprire gli oggetti, intuire le relazioni di causa effetto, imparare schemi comportamentali nuovi, seguire lo sguardo della mamma, cercare o rifiutare la relazione con gli altri, imparare a star seduti, a camminare, a parlare, vedere come cambia il modo di giocare, non sono queste le cose affascinanti dell’infanzia?

Perché i genitori hanno avuto la possibilità di sperimentarle e a questi bimbi invece si attribuisce una genialità per l’utilizzo di un tablet?

Sarà più importante puntare alla crescita dell’individuo o ad insegnare l’uso di quella che è inevitabilmente una stampella?

Come farà a scegliere quale tablet comprarsi da più grande se non ha imparato a scegliere prima perché troppo impegnato a giocare con esso?

Valutare il limite – parte terza

3. “valutare” un limite, vuol dire anche dare un limite?

In altro aspetto che mi interessa è il rapporto tra valutazione e limite. Dunque, riprendendo l’articolo ispiratore, si diceva che il voto serve per dare valore all’operato, dare dignità al sapere, corrispondere in maniera obiettiva la prestazione con un giudizio. Ma siamo sicuri che sia proprio così? Diamo per assodato il fatto che ormai la scuola è strutturata in questo modo, che per un 4 non è mai morto nessuno, e lungi da me la possibilità di soverchiare il sistema. Ma almeno si dovrebbe mettere in dubbio quello che si sta facendo. Da anni.

Il ruolo del brutto voto sarebbe quindi quello di creare una corrispondenza netta tra valutazione e prestazione. Non hai studiato? quattro. Potresti studiare di più? quattro. Non sei preciso? quattro. Non hai un atteggiamento consono allo studio? quattro. Attenzione, perché ovviamente esiste anche la valutazione della condotta, con tutte le conseguenze del caso.  Ma allora il ruolo educativo quale sarebbe? Al momento ho in mente le valutazioni delle superiori, ma mi sento di includere in questo discorso anche le elementari visto che grazie ad un lungimirante ministro il voto numerico è stato reintrodotto anche lì.

Vedo allora di andare con ordine.

Qualcuno si è domandato se, alle elementari, il fatto di prendere 5 sia vissuto da parte di un bambino come una reale valutazione della prestazione e non della persona?

Qualcuno si è domandato se, alle medie, il fatto di prendere 4 sia vissuto da parte di un ragazzino come una reale valutazione della competenza scolatica e non della persona?

Qualcuno si è domandato se, alle superiori, il fatto di prendere 3 sia vissuto da parte di un ragazzo come una reale valutazione del metodo di studio, delle conoscenze apprese, della didattica e non della persona?

Voglio girare la domanda. Siamo davvero sicuri, che se un ragazzo non studia abbastanza la strategia del brutto voto serva effettivamente a mettere un limite? Si può, in altre parole, limitare con una valutazione?

O stiamo semplicemente valutando il limite senza effettivamente darlo?

Leggo Anch’Io…all’asilo

Diffondere un Metodo è difficile. Forse perché in fondo non si tratta solo di un Metodo, è un modo di vedere le cose. E’ un modo di vivere l’infanzia. Girare nelle scuole può darti occasioni; non arrivano subito, si fanno desiderare. E’ come se ti mettessero alla prova. Le occasioni prima ti tentano, vorresti mollare, non ce la fai più, perdi il senso di ciò che fai. Poi quando stai quasi per toccare terra, arrivano. All’improvviso ti colgono nella sorpresa di una richiesta. “Vieni a scuola e mostraci come si fa”.

Condividere un desiderio? forse è stato questo a creare una sinergia perfetta tra educazione e riabilitazione. Ma ora racconterò la storia di questa esperienza che mi ha toccato il cuore.

Sono entrata in aula un martedì mattina. All’inizio i bimbi mi hanno ignorato, mi guardavano di soppiatto chiedendosi se ero la sorella di qualcuno. A gruppetti, un po’alla volta sono arrivati e hanno iniziato le loro attività. Un bacio alla mamma, un papà con un peluche in mano,  “fai il bravo” dice la nonna, un altro non ne vuole sapere di staccarsi e tira la mamma fino in centro alla stanza.

E’ così che inizia la vita all’asilo, con la stanza che si riempie mano a mano di ventitré paia di occhi vispi. Qualcuno si stropiccia gli occhi, qualcun altro si avvicina a qualche gioco, si sono svegliati a casa ma hanno portato con loro un po’di sonno, un po’di rituali del mattino.

Li guardo tutta la mattina; vedo i dubbi, i capricci, i dispetti, ma vedo anche il loro essere bambini, il loro essere davvero bambini, ascolto le loro domande, i sorrisi, vedo il loro movimento e ciò che desiderano. Guardo con curiosità lo sconforto di alcuni che aspettano desiderosi l’arrivo della mamma, e vedo la tenerezza della maestra che li consola, che li capisce. Ogni tanto penso a me, a quando ero al posto loro e quasi mi emoziono al saperli così piccoli e così pieni di futuro.

La maestra mi chiede di iniziare un’attività con loro. Allora ritorno, un altro giorno.

E’ una bella mattina, sono emozionata. Chissà se i bambini saranno contenti di lavorare con me. Mi sono portata da casa gli attrezzi del mestiere e così la mia nuova giornata comincia.

Quando sono arrivata ho deciso di mettermi a fianco a loro. Succede così con i piccoli, che hai il piacere di condividere, ti assalgono di domande, sono curiosi di sapere cosa fai, chi sei, perché sei lì e ovviamente…se giochi con loro! Mi sono seduta in una piccola seggiolina e così, in mezzo ai Lego e alle letterine mobili ho iniziato a colorare e a disegnare lettere.

“Io non le so fare le lettere” è uno dei più grandi e guarda il foglio desideroso.

“Le vuoi imparare?” gli chiedo sorridendo. Fa di sì con la testa

“Vedi come fa questa?” lui annuisce e dice che la conosce. Un po’alla volta me ne scrive altre, mica lo sapeva di conoscerle!

“Hai visto che sai scrivere le letterine?” gli dico, lui è contento e mi guarda orgoglioso.

Si avvicina una più piccolina e mi dice “ma tu come hai fatto a impararle?” Allora le prendo la mano e le faccio scrivere una A “Così!” le dico. La piccola bambina se ne va in giro col suo foglio e scrive altre A, poi me le mostra e dico che ha capito “Allora ho imparato?” Le dico di si e trascina un’altra bambina a imparare.

In poco tempo sono accerchiata dai bambini, qualcuno colora, qualcun altro mi mostra lettere, un altro mi racconta come è fatto un aereo! E siamo tutti lì, insieme, nel piacere del sapere, nella curiosità della conoscenza.

Poi iniziamo l’attività. Da casa mi ero portata due pupazzi, un gufo che ho chiamato “il gufo vergognino perché se sente rumore si nasconde” e l’altro un drago “birbante che non vuole imparare”. E’ straordinario come i bambini ridono facilmente, a volte penso che diventare adulti ti insegni a ridere meno. Se vuoi ridere di più devi tirare fuori il sorriso del tuo bambino. E così il mio drago ha una specie di lingua che fa “BLEBLEBLEBLE”. I bimbi ridono, e iniziano a muovere la bocca, la lingua e le guance. Chiedo ai bambini se vogliono aiutare il mio drago a imparare le lettere con la bocca…e figurati se mi dicevano di no! Allora inizia un gioco di gonfiamento guance, di linguacce che sbucano e rientrano, che tentano di toccarsi il naso e che scappano. E’ importante mobilizzare la bocca! E i bimbi si divertono a fare boccacce! Alla fine attacco le bocche articolatorie della A della E della I della O e della U sulla lavagna magnetica e insegno ai bambini come si dicono; poi consegno ad ognuno una letterina che chiameranno per nome quando la devono attaccare. Ecco che hanno ripetuto tante volte la letterina ad alta voce e l’hanno fatto insieme! Alla fine il gufo domanda ai bambini le letterine, ogni tanto senti U al posto di O, ma è normale è la prima volta e stiamo imparando, in generale le sanno! Che bello, ha funzionato!!

Poi lavoriamo sul racconto delle storie. Una mia amica ha preparato alcuni pezzi “mobili” così posso mostrare ai bimbi cosa succede; è la storia di due lumache che si sono perse e allora mostro loro queste due lumache disegnate che si spostano nello spazio della campagna. Le ventitré paia di occhi mi guardano e cercano di indovinare cosa capita, sono rapiti dal racconto! Alla fine, tre bimbi vogliono raccontare la storia davanti a tutti, con le immagini ma soprattutto con le lumache! Qualcuno la storia non la ricorda allora dico a tutti gli altri che possiamo completare il racconto con i pezzi che mancano e così facciamo!

I bimbi hanno ripetuto la storia tre volte e nemmeno se ne sono accorti, poi a tutti consegno le immagini da mettere in ordine e leggo loro la storia “E’ questa la prima!” mi dice uno, sventolando trionfante una figura. “Sì anche io ce l’ho!” Mi dice un altro. E così in coro anche gli altri. A tutti dico sì, che sono bravi e che hanno trovato quella giusta! Lo facciamo per tutte e poi si mettono a colorare.

Uno di loro fa i dispetti, ruba i colori al vicino, allora mi accuccio a fianco a lui e gli chiedo di che colore sono per lui le lumache. “Viola e gialle” “Viola e gialle? Che bellissimo colore! Dai che poi mi fai vedere come hai fatto!” Il bambino non disturba più e mi fa vedere le sue bellissime lumache viola e gialle!

Devo andare via, starei con loro tutto il giorno; li lascio mentre colorano, qualcuno mi domanda se devo proprio andare…dico di sì ma che verrò a trovarli, per ora il mio compito è finito e di questa esperienza sarò grata per sempre alla loro maestra.

La riabilitazione tra scienza e logica di una pratica

Che cos’è la riabilitazione senza amore?

Il problema del fondere la teoria con la pratica è quello di plasmare nella quotidianità le conoscenze teoriche e scientifiche. E’ il problema di individuare il giusto equilibrio tra scientificità e umanità. Siamo il risultato della società del pensiero. Siamo il risultato del cogito ergo sum. Siamo il risultato della potenza del pensiero umano anteposto alla centralità dei sentimenti. Amore? Roba da romantici farneticanti di un’esistenza frivola. Siamo il risultato della scienza. E ci siamo trovati con la scienza dell’economia, la scienza della didattica, la scienza del commercio, la scienza della politica, la scienza del fare, la scienza del “si fa così” perché lo dice la scienza.

Il fatto è che la teoria senza la pratica e la pratica senza la teoria isolatamente comunicano un senso di dispersione, di vuoto e di carenza. Una pratica che non si fonda su una teoria, dove per teoria intendo la logica di un pensiero, è un agito senza significato. Una teoria senza il suo corrispettivo considerare la logica dell’errore è una teoria fine a se stessa. E’ così che nella pratica quotidiana avviene uno scontro continuo, una messa in discussione costante, tra ciò che so, perché l’ho studiato, e ciò che vedo. A chi devo credere? Mi capita di non ritrovare il nesso della conoscenza letta sui libri e l’esperienza. Allora mi chiedo che cosa voglia dire riabilitare; ma soprattutto la domanda diventa che cos’è la cura e chi sto curando.

Chi è il soggetto della riabilitazione? Credo di potermi rispondere che la riabilitazione è logica dell’azione. Azione e pensiero in un sol istante. Bisogna accorciare le distanze, tra mente e ambiente, tra natura e cultura, tra pensiero e sentimento. Un elemento fondamentale della pratica, della nostra pratica, è considerare il linguaggio come un atto motorio. Il soggetto della pratica allora diventa il soggetto dell’azione. Il bambino è azione, è motricità, è sviluppo, è “condurre spingendo” verso la vita, verso l’energia. Lo è, ma con un limite. Per dire “mamma” devo necessariamente fermare un atto motorio affinché esso sia delimitato in un tempo e in uno spazio, seguendo una regola, che abbiamo chiamato “configurazione”. Il limite è positivo, non dice dove non posso arrivare, dice solo che c’è una fine che garantisce un inizio.

L’azione deve essere allo stesso tempo facile per essere delimitata, perché se è manipolabile allora è più semplice creare un circuito che si automonitora. Il problema allora diventa la motivazione all’azione, la spinta all’uso dell’azione facile, il bisogno di esplorare e di conoscere. Motivazione intesa come forza motrice, non come coscienza nel fare. Diventa il problema dell’identità, dell’appartenenza dell’essere umano ad un senso da condividere anche nella patologia, nel non riuscire e nel non potere. Perché che ci sto a fare io qui, se la mia azione non è facile? E’ negli occhi del terapista che si trova il senso, la determinazione, sapendo anche che il limite funziona per l’azione quando viene da sé ma anche per l’azione che viene da fuori. Diventa che “automonitorarsi” è il sinonimo di “autoaffermarsi” in una relazione qualitativa con l’Altro. Come si concilia questo con un test? Come si concilia questo con una valutazione della prestazione?

Dobbiamo essere scientifici, ma non possiamo non essere umani.

Facebook e l’identità cibernetica

A volte qualche genitore mi chiede consiglio su come regolamentare l’uso di Facebook. E la prima cosa che mi viene in mente è: bel problema! Se glielo vieti non va bene, se glielo lasci non va bene, se lo controlli c’è il problema della privacy, se non glielo controlli c’è il problema del pericolo imminente. Poi le categorie di genitori si dividono in permissivi: “cosa vuoi che succeda”, apprensivi “e se lo uccidono”, leggeri “anche se sta attaccato 3 ore è la sua vita”, amici “ci scambiamo i Poke!” e quelli del giusto equilibrio, i più rari.

Confesso di essere di parte, a me piacciono le vie di mezzo equilibrate e come sempre mi viene da porre l’accento non tanto su Facebook di per sé, ma sull’uso che se ne fa.

Allora, la generazione che più mi preoccupa è quella dei preadolescenti – adolescenti. Sarà che probabilmente i bambini (possono avere facebook?) non ne sono particolarmente attratti perché non sono ancora nella fase “social”. Magari lo prendono di più come un gioco, sebbene non neghi gli eventuali rischi anche di questo. Ma torniamo all’acne.

 

L’obiettivo di Facebook qual è? Comunicare? Condividere? Socializzare? Mettere al corrente? Mettersi in mostra? Farsi vedere? Da come io ho capito questa storia, si mette un “me stesso” dentro la rete. Tutti spaventosamente collegati. Poi hai una sorta di lista nera in cui inserisci tutti gli “amici” che puoi smistare secondo liste diversificate. Suddivisione in categoria, obiettivo della seconda elementare. Amici, amici stretti, migliori amici, familiari, persone con cui lavoro, persone con cui sono andato a scuola, persone che ho aggiunto ma che in realtà se non sento è pure meglio. Quindi, intanto suddivisione in gruppi. Insiemi.

Poi hai il problema delle “richieste di amicizia”. Ogni qual volta ne arriva una ho dei momenti di sudore, perché mi immagino sempre la scena in cui devo rifiutare. Ma vi immaginate che razza di confusione cosmica genera quel rifiuto? Un no secco. Fuori dalla mia vita. E poi se con una persona veramente non vuoi avere più a che fare la “cancelli” e poi la “blocchi”, allucinante.

Inoltre, hai tutta la sequela di informazioni inerenti la tutela della privacy, che generalmente la generazione acne non considera. Allora in un batter d’occhio te li trovi tutti magicamente collegati e con i profili aperti dove chiunque e dico chiunque può scoprire e visitare chi sei, cosa fai, chi conosci, dove vai a scuola, come si chiamano mamma e papà, come si chiama il tuo fidanzato, cosa ti piace mangiare, che film guardi, cosa ti fa schifo della vita, cosa invece adori. In un parola, sei manipolabile. Metti in mano a chiunque ciò che sei.

L’errore di fondo è pensare che siccome c’è uno schermo allora in qualche modo sei tutelato. Sbagliato. Perché in realtà il mondo è su internet da un pezzo e non c’è tutta questa distinzione tra reale e virtuale.

Che conseguenza ha questo rispetto alla costruzione dell’identità?

In teoria, questo momento di passaggio è vitale, duro, difficile, proprio perché formarsi è doloroso. Bisogna distinguere, scindere, differenziare, alienare, spostarsi, cambiare. E allora per ovattare questa sensazione di rabbia improvvisa si sta in compagnia. Se da un lato ci si forma dall’altro ci si eguaglia. D’un colpo, tuo figlio, si è trasformato nella copia esatta di quella intorpidita della figlia della vicina di casa. Copie.

Fin qui, mi pare tutto molto normale. La maggior parte di coloro che hanno superato i 18 queste cose le conoscono bene.

Ma la mia preoccupazione non è lì. Sta bensì nel fatto che Facebook rischia di essere un sostituto. Una sorta di baby sitter anti noia. Sei a casa a non far niente? Facebook! Cena in famiglia? Facebook! Al mare a prendere il sole? Facebook! Sei a scuola e la lezione non ti piace? Facebook! Sei in bagno a fare le tue cose?

Facebook! Facebook Facebook Facebook Facebook! Facebook! Facebook!

Una volta questo problema era con gli sms. Ora si chiama Facebook e SMS e What’s up e Twitter. Quando guardavo i film di fantascienza mi veniva da ridere all’idea che il robot vestito da colf impazzisse e iniziasse a tirare uova per la casa. Invece il panorama che non avevo previsto era la dipendenza.

Ci rendiamo conto che a Londra stanno nascendo i centri per la disintossicazione da Internet?

Ancora una volta mi chiedo perché lasciamo che Facebook diventi il baby sitter personale dei figli adolescenti. Dove sono finiti i patronati, le strade dove si giocava a pallone, le uscite tra amiche?

Il fatto è questo, c’è noia, i ragazzi sono annichiliti, non hanno ruolo e lo compensano con foto da super modelli. Ogni posa è una scusa per mettersi in mostra, per farsi apprezzare, per farsi condividere, per attirare l’attenzione con la mera illusione che così facendo si darà impressione di essere potenti, geniali, belli, sicuri e meritevoli.

Spero che il momento in cui narciso cadrà nell’acqua arrivi il più tardi possibile e che per allora avrete molti amici e familiari pronti a tirarvi fuori.

Prenditi le tue responsabilità!

Credo di sentire questa frase almeno cinque volte al giorno. Più o meno, viene detta ai bambini con un livello d’età medio pari ai 7 anni. Cioè, dai 7 fino alla fine dei loro giorni.

Chissà perché alcuni genitori hanno deciso questo limite massimo per essere bambini. La cosa divertente è che quando faccio un colloquio genitori la frequenza d’uso è simile… Comincio ora a chiedermi perché. E’ sorprendente che questa frase venga usata con più probabilità dal gentil sesso. Che sia un caso? Ve la state immaginando la scena? Lei col viso paonazzo, giugulare gonfia, occhi in fuori, sopracciglia oblique, e grugno da orso inferocito. Ovviamente, dito puntato.

Lui, o il malcapitato, basito. “Prenditi le tue responsabilità!!!”

Analizziamo insieme questa frase. A scuola ci hanno insegnato che “prenditi” fa parte di uno di quei modi verbali che in molti prima o dopo bramiamo usare. L’imperativo. Sentite come suona bene? Impero, imperatore, potere, ricchezza, decisione, ordine. Io decido che tu devi. Fantastico. Quindi “prendi”. Attenzione però, perché non basta mica il comando fine a se stesso. No, no! Prendi – “ti”. Della serie, sto proprio, precisamente, ineluttabilmente, parlando con te! Sempre contando che dall’altra parte ci sia uno un po’duro di comprendonio, oltre al “ti” si fa presente che sono proprio le “tue”. Ho sempre la sensazione che al “tue” stia arrivando sostanzialmente il secondo schiaffone metaforico. Nel qual caso lo scarica barile non avesse funzionato a sufficienza, sarebbe utile far notare che in questo caso prendi è un’azione che devi fare solo tu. Non è “prendiamoCI – TI le tue responsabilità” è proprio “prenditi” da solo, tu e solo tu. Colpa tua, capito? Ci sarebbe ora la questione delle responsabilità.

Intanto, “le” indica effettivamente che sono più di una. Quindi, in pratica, dall’altra parte c’è qualcuno che ti sta, sempre metaforicamente, pestando. Veniamo alla questione responsabilità. Che cosa mi ricorda questo termine? Andando a curiosare qua e là trovo questo riferimento “responsabile: dal latino: [respondere] rispondere, composto di [re] indietro e [spondere] promettere, più il suffisso [-bile] che indica facoltà, possibilità.” Sostanzialmente dice: rispondi, prometti, rendi conto, abbi un ruolo.

Però, neanche male per essere una frase di quattro parole no? La riflessione finisce qui. Magari poi si potrebbe parlare di quanto sia utile una frase del genere con un bambino oppure discutere sul fatto che nel momento stesso in cui la si pronuncia si presume già che l’altro sia in grado di assumersi un ruolo…e se così non fosse?

P.S. Per i pignoli: di solito si dice assumiti, non prenditi…ma questo è un altro argomento!

Agli adulti ci penserò dopo

C’era una volta un bambino che andava alla scuola elementare.

Le sue maestre non sapevano bene come insegnargli le cose nuove. Decisero un giorno che questo bambino aveva bisogno di una maestra che lo aiutasse. O meglio, come si dice ora, di una maestra che aiutasse la classe ad aiutare lui. La cosa è un po’complicata, ma la chiamano sostegno. Insomma queste maestre un giorno chiesero di parlare con i genitori del bambino perché secondo loro aveva un problema sul tempo. Era in ritardo.
Quello del tempo sembra un argomento che angoscia un sacco di persone. In ritardo sullo sviluppo normale, in ritardo rispetto agli altri, in ritardo sul programma. Insomma un problema sulla fretta. La mamma del bambino, già che è una che si preoccupa di suo, appare molto spaventata e decide di correre anche lei contro il tempo. Ora io mi immagino questo bambino tirato dal tempo in due direzioni diverse. Una che cerca di recuperare, l’altra che lo rallenta sempre di più.

In tutto questo ci siamo io e il mio bambino che ci guardiamo negli occhi. Io non dico niente, lo rassicuro. Gli dico solo che è potente, che lui può già solo perché è. E’ vivo il mio bambino. Lui corre, e sa essere felice. Lo rende infelice la protesa degli altri, il litigio degli adulti. Gli adulti a volte si dimenticano di essere felici. E allora rendono infelici anche gli altri…ma quando sono i bambini?
Io sono adulto, e vorrei arrabbiarmi con gli altri che gli rendono la vita difficile.
Comunque io e il mio bambino ci guardiamo, lui sorride, si fida e insieme facciamo la lezione.

“Deve essere bello lavorare con i bambini” –
“Sì, i bambini…sono la speranza, sono la vita, sono l’incontro più bello che mi potesse capitare”

Agli adulti ci penserò dopo.

“Criticare” vuol dire costruire o distruggere?

Credo che questa per un genitore, diciamo per un educatore in genere, sia una bella domanda.

Sarebbe se non altro opportuno porsela. Credo inoltre, che tra i tanti mestieri, quello dell’educare sia uno dei più difficili.

La delicatezza, l’investimento di energie, la determinazione e soprattutto la pazienza che bisogna impiegare sono effettivamente ingenti. Il punto è calibrarsi.

Quello del giudizio è un tema difficile. Ha a che fare con la Legge. Ha a che fare con la crescita, ma se usato nel modo sbagliato può essere riduttivo, castrante, doloroso, e può annientare. Oppure rendere la vita molto difficile.

 

Spiegare questo a un genitore, ma anche ad un insegnante è faticoso.

Non sono un’esperta letterata ma la parola “educare” deriva dal latino educĕre, che secondo alcuni significa portare fuori. Al di là dei latinismi, ciò che mi piace di questa parola è “ducĕre”. Condurre.

 

Mi viene in mente che “condurre” è diverso per esempio da “guidare”. La prima ha come caratteristica il fatto che si possa svolgere in compagnia, la seconda è un’azione che si può meccanicamente proporre ad un oggetto. Guido la macchina. Stop.

 

Educare. Condurre. Svolgere in compagnia. Forse ci stiamo avvicinando al punto.

Cercando un po’in giro, una definizione di giudizio in particolare mi è piaciuta: “è l’atto della mente che conferma o nega qualcosa”. Si può tradurre con “parere”, “opinione”. Mi verrebbe da dire con una certa leggerezza “punto di vista”.

 

Poi penso alla parola “critica”, che invece deriva dal greco e trovo questa definizione “Arte o Scienza di giudicare, secondo i princìpi del vero, del buono e del bello”. A fianco trovo un’altra definizione “censura”. Tra me e me dico, ma come? Passiamo dall’arte alla censura?

 

Tornando alla sequenza: educare, condurre, svolgere in compagnia, punti di vista, arte, censura.

Non male come conseguenza logica. Il fatto è che il punto è proprio questo. Cioè ,che quando si educa il rischio è quello di saltare tutti i passaggi intermedi e di passare quindi alla censura in un baleno.

Facciamo un esempio. Ho a che fare con un genitore che mi ricorda ad ogni lezione quanto suo figlio sia inadeguato. Me lo ricorda di fronte al bambino e a volte mi innervosisco. Soprattutto, mi fa notare con delusione che il bambino “non è in grado di”.

Secondo il suo punto di vista, questo è uno dei tanti modi per spronarlo a far meglio. Secondo il mio punto di vista (lo ripeto appositamente “punto di vista”), questo è solo un modo per farlo sentire incapace.

Come faccio a convincere quel genitore che questo modo non va bene?

Come faccio a fargli capire che la critica deve essere un modo per progredire e non per distruggere?

 

Mi dice, allora, che se il bambino è in difficoltà, lei deve farmelo notare. Ci sarebbe poi da discutere sul perché senta la necessità di farlo, (della serie, pensa che io non sappia quali sono le difficoltà di suo figlio? Viene qui apposta!) ma tralasciamo. Quindi, deve farmelo notare; va bene. Perché davanti al bambino? Perché, mamma, devi un’altra volta fargli presente il suo essere sbagliato rispetto ai tuoi canoni?

 

Poi cerco di calmarmi, penso che non è bene per il bambino se sono innervosita.

Chiederò alla mamma un colloquio, penso che abbia bisogno di regole. Infondo, la capisco. Quando una persona si giudica, giudica. Quando è stata molto giudicata, giudicherà. E se non si è appacificata con il suo giudizio, non può educare un altro ad un giudizio equilibrato.

 

Quindi, la capisco. Vorrei dirle, mi dispiace. Vorrei dirle, basta! sei libera! vai benissimo così! Ma purtroppo non ho questo ruolo. Io posso aiutare a trovare una strada con i mezzi disponibili, posso aiutare ad apprenderne degli altri ma non posso in nessun modo sostituirmi.

 

I miei bambini sono attanagliati dall’ansia. Sbagliano, coprono l’errore. Leggono male, si vergognano. Il disegno non è riuscito bene, lo nascondono. Mi affretto nel dire a tutti che a me gli errori piacciono. Dico che non siamo a scuola, e che io il voto non lo metto. Allora si calmano. Prendiamo in giro quelle parole dispettose, definizione di una mia bambina, insieme. Ingabbiamo gli errori in carceri di fantasia, e puniamo i responsabili con una lettura più attenta, convinta, determinata.

Loro sono protagonisti, sbagliano e crescono. Non, sbagliano e si mortificano. Chi l’ha detto poi che l’errore è un peccato?

Quello per prove ed errori è l’apprendimento più evolutivo che ci sia!

 

La responsabilità non si fa colpevolizzando gli errori, si fa accettando i propri sbagli.

Allora poi penso che se entrano con l’ansia ed escono felici, forse sono riuscita a condurre.

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Il ricordo di una grande maestra

Quando mi è stato detto che potevo dire qualcosa durante la messa non so descrivere il turbinio di sensazioni che ho provato.images2

Il primo pensiero è stato, perché? c’è qualcosa da dire?

Poi ho ripensato a quest’anno, alla fatica che abbiamo fatto nel sopportare l’ascolto del silenzio. Si è fatto strada con perseveranza, come a dire: è proprio vero che è così.

La mente ci ha ingannato molte volte, volendo lenire come un balsamo un dolore così grande da non poter essere quantificato in lacrime.

Questo però non è tutto. La capacità di alzarsi al mattino e di affrontare la crudezza della giornata è stata possibile perché lei andando via ha lasciato una serie di regali. Come direbbe una nostra cara amica, i suoi doni e i suoi talenti erano talmente tanti che ognuno di noi ne ha trattenuto una parte per averla a fianco per l’eternità. C’è chi di lei ne ha trattenuto l’amore per le cose, per l’ordine, la cura e la bellezza; chi ha conservato il suo amore per la vita, per la gioia e la gratitudine di essere qui; qualcun altro ha portato con sé la dedizione per il lavoro, la passione nel vedere crescere ogni giorno i bambini e accompagnare le famiglie in percorsi affatto facili; chi la tiene a sé con la dolcezza, la cura e il senso che lei sapeva donare ad ognuno perché speciale di per se stesso. Vedo poi in alcuni lo specchio del coraggio e della determinazione come un fuoco che spinge verso la vita e l’amore puro.

Ognuno di noi ha avuto la fortuna di un incontro, di quelli che cambiano la vita perché conoscere persone così riempie il cuore di affetto e di gratitudine per aver avuto una possibilità.

Allora ho pensato che sì una cosa c’è da dire ed è “grazie, per la vita”.

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