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Basta con le scuole incubo!

Sicuramente la mia posizione è di parte, e per fortuna. Bisogna avere molto coraggio per essere dalla parte dei bambini e vorrei che tutti gli adulti si assumessero una buona volta questo ruolo.rabbia

Non si tratta di difendere i poverini indifesi, bensì di riconoscere loro una dignità che spesso non viene neanche considerata.

Dunque mi trovo in queste situazioni per cui alcuni professori e insegnanti sono capaci di impuntarsi sulle questioni più disparate e consentitemelo, stupide.

Come se il ruolo educativo fosse un tremendo gioco di potere in cui tu devi diventare quello che voglio io, perché io so cosa è bene per te.

Domanda: siete sicuri che essendo così certi non vi state sbagliando?

 

Veniamo alla sostanza:

“Il bambino scrive male” dichiarazione del professore. Gli chiedi se è perché non si capisce la scrittura e ti dice che no, la scrittura è leggibile, ma è infantile. In che senso? E’ la scrittura di un bambino più piccolo. E allora? e allora non va bene…

 

Altra situazione: “la bambina vuole a tutti i costi fare bene” dice la maestra. Mi chiedo se questo è un problema “si impunta perché non riesce” chiedo allora se la si può mettere nella condizione di riuscire e mi viene risposto che così la bambina non può crescere. Mi domando se un bambino possa crescere bene con una frustrazione non adeguata a ciò che può fare.

 

“La bambina non legge perché non vuole” certamente, in prima elementare se una cosa ti riesce difficile non la fai perché non vuoi mica perché non puoi. Perché metterla in forma morale? perché non si può considerare anche solo l’ipotesi di parlare con quel bambino e chiedergli cosa c’è che non va?

” La bambina non saluta la mattina” dice la maestra. “Forse non ci arriva” aggiunge.

“La bambina non è in grado di fare niente, quando le chiedo di fare una cosa guarda la lavagna”. Poi scopri che le avevano chiesto le frazioni in seconda elementare.

 

Note date perché i compiti non sono eseguiti precisamente secondo lo schema dell’insegnante.

Note per il modo di vestire.

Note per il modo di guardare fuori dalla finestra.

Note per come ti gratti la testa.

Richiami continui perché il bambino è stanco e si distrae.

Colloqui genitori perché il bambino non si impegna abbastanza.

 

La smettiamo?

 

Il risultato di questo modo di fare è che qualche bambino, molto pochi devo dire, riesce a non ascoltare questo mondo di polemica circostante. Ma quelli più sensibili sono sopraffatti da questa modalità giudicatrice e polemica. BASTA! I bambini hanno bisogno di serenità non di critiche affatto costruttive.

 

Allora faccio un appello ai bambini, cominciate a mettere voi le note a questi professori e insegnanti, perché vi confido un segreto, di errori questi adulti ne fanno un mucchio!

5 buoni consigli per mettere a letto un bambino

imagesDormire è fondamentale, senza una bella dormita durante la notte è più facile essere stanchi e nervosi durante il giorno.

Ecco alcuni consigli su cosa fare per garantire la buona riuscita della “messa a letto”:

1. La notte è per il bambino un passaggio in cui perde il controllo delle sue attività, per questo motivo più è prevedibile tale passaggio più il bambino sarà tranquillo. Cantagli una ninna nanna, fai più o meno le stesse cose e crea un rituale per far addormentare il tuo bambino che accompagni il sonno del tuo piccolo e che gli dia il ritmo della pace del sonno.

2. Se il bambino ha paura di dormire, rimani un pochino con lui fino a che non si è addormentato e rassicuralo della tua presenza fino a che non si calma!

3. Dormire nel proprio letto è importante! Non abituare tuo figlio a dormire al di fuori. Lettone si o lettone no? Se è un’eccezione va bene ma non è una sana abitudine far dormire un bambino nel letto di mamma e papà.

4. Non far vedere a tuo figlio troppa televisione o non farlo troppo giocare con i video giochi prima di addormentarsi, la scarica di energie che essi producono rischierebbe di ritardare lo stato di quiete indispensabile per dormire.

5. A volte capita che ci si svegli durante la notte, metti il tuo piccolo nella condizione di tranquillizzarsi se si dovesse svegliare in modo che si possa riaddormentare da solo. I bambini abitano il mondo della fantasia, che li può aiutare nei momenti difficili per esempio dicendo che l’orsetto proteggerà il sonno dai brutti sogni della notte.

e ricorda…più un genitore è tranquillo e più sarà facile trasmettere tranquillità!

L’amore secondo i bambini

Sara guardava distrattamente la lavagna mentre la maestra spiegava un nonsochè di storia.

 

Mario continuava a buttare l’occhio sulle sue treccine, che bello deve essere toccarle! Chissà come ha fatto a farle così bene.

 

Mario prende la gomma ci scrive sopra qualcosa, poi la passa a Giuseppe che la dia a Fabio che la passi a Margherita che lo dia a Sara.

Ti metti con me? Dice la gomma.

Si – No. Bisogna scegliere

Sara legge la gomma, si gira verso Margherita, che indica Fabio, che lancia un’occhiata a Giuseppe che indica Mario. Mario vuole toccare le treccine! Ma Sara dice di no. E si gira dall’altra parte.

 

Mario insiste, e il giorno dopo fa trovare a Sara una caramella sul banco. Margherita le dice che le pareva fosse stato Fabio, ma Fabio non è venuto a scuola quel giorno. Sarà mica stato Mario?

In classe entra Mario, Sara si imbarazza e corre al suo banco, ci si siede e si sente osservata.

Di colpo si gira, ha di nuovo le treccine, e Mario fa un salto sulla sedia.

La maestra li vede, e li rimprovera. Dovete stare attenti! Dice. Sara si arrabbia, lei è sempre brava a scuola e Mario l’ha distratta. Che penserà ora la maestra?

 

Qualche giorno dopo Sara trova un biglietto nell’astuccio. Mi piacciono le tue trecce! C’è scritto. Sara si arrabbia e butta il biglietto nel cestino. Poi va fuori a giocare, è ricreazione. Con le sue amiche parla dell’ammiratore, le da fastidio, non ne vuole sapere.

Mario la guarda giocare, poi viene distratto dal pallone da calcio. Goal! Questo è per Sara!

 

La settimana dopo Mario arriva a scuola, è arrabbiato. Sara lo vede e un po’si preoccupa. Mario tiene la testa sul quaderno, Sara si avvicina e gli chiede cos’ha. Mario dice che non ha niente, e la manda via. Allora Sara ci rimane male, ma poi gli lascia un cioccolatino nella tasca del grembiule. Mario sa, e gli scappa un sorriso.

 

Al pomeriggio, durante la ricreazione lunga, si danno appuntamento alla siepe con le bacche. Mario le dice che è innamorato, Sara non sa che rispondere. Allora Mario vedendola preoccupata dice così:

“Se io sono innamorato di te, vuol dire che quando gioco a pallone con i maschi tu puoi venire a tirare una volta.”

Aggiunge:

“Poi vuol dire che tutte le mattine mi devi aspettare fuori dal cancello e mi devi dare la mano. E se tu sei innamorata di me vuol dire che io aiuto te e tu aiuti me. Se le tue amiche ti danno fastidio, tu mi chiami e io arrivo. E se io non ho fatto i compiti tu mi fai copiare i tuoi”

 

Poi la guarda e chiede:

“Poi ogni tanto vorrei toccare le tue trecce, sono molto belle!”

 

Sara tira fuori dalla tasca la gomma, e con la penna scrive “Sì”.

Si deve dire ai bambini che Babbo Natale non esiste?

Sento qualche adulto sostenere che la favola di Babbo Natale non si deve raccontare perché poi i bambini si illudono e un giorno scoprono la verità.

Allora la domanda mi viene spontanea: di quale verità parliamo?

Un conto è la verità degli adulti e un conto è quella dei bambini. La verità dei bambini è che hanno bisogno di illudersi. Mentre leggevo “Gioco e Realtà” di Winnicott un punto mi aveva proprio colpito. Dice espressamente che i bambini hanno bisogno di illudersi, hanno bisogno di sentirsi onnipotenti, hanno bisogno della loro verità egocentrica e piena di sé prima di potersi distinguere in altro.

Questa accezione del termine illudersi sembra che abbia a tutti i costi una connotazione negativa. E invece, io penso che non ci sia mezzo migliore per tornare bambini. La differenza tra adulti e bambini è anche questa.

Un bambino si illude a pieno, sogna, usa la fantasia per costruire un mondo che è molto più originale e senza forma di quello di un adulto sebbene anch’esso abbia le sue regole. Quello di un adulto è il mondo di chi può scegliere, se calarsi nel mondo di bambino o se rimanere nel suo. Ecco perché sono gli adulti che si vestono da Babbo Natale e non i bambini come succede a carnevale. Perché gli adulti scelgono, i bambini sono.

Allora penso che un adulto possa fare anche pace un poco alla volta con la bugia che gli è stata raccontata. Non è vero che il mondo è fatto di fantasia e alberi di caramello, non è vero che la formichina si prende il dentino e non è vero che esiste Babbo Natale; se chiaramente lo intendiamo come l’uomo della Lapponia che scende dal carro volante guidato da renne campanellate. Che poi, perché si incastra sempre nel camino o salendo dal balcone?

Ora mi ingarbuglio:

Quello che è vero, è che per dire che non è vero che esiste, ognuno di noi deve aver avuto la possibilità di credere che esiste.

 

Mi spiego con un giro di parole in meno. Il principio è, puoi tu vedere il bicchiere vuoto se non vedi il pieno? Puoi vedere il pieno se non vedi il vuoto?

O è più importante che tu il bicchiere lo veda?

 

Peter Pan probabilmente aveva paura proprio di questo. Una volta diventati adulti non si torna indietro. Chiuso con il passato, con le feste, con la fantasia, e con quelle sciocchezze che solo i bambini combinano. E già quando si parla di bicchieri, pieni o vuoti o mezzi o di vino, non si parla più solo di bicchieri, ma di un’esistenza intera, pensa come siamo complicati

 

Ma mi sento di rassicurare Peter Pan dicendogli che alcuni adulti, il 25 dicembre di ogni anno tornano bambini sul serio. Si vestono di tutto punto e guardano con commozione gli occhi sognanti dei bambini. Alcuni adulti si siedono sulla sedia a fianco e guardano ammirati la penna che scrive “Caro Babbo Natale…”e degli altri aspettano il 25 mattina per ascoltare l’urlo di gioia del passaggio tanto atteso.

 

Se questi adulti possono illudersi è perché qualcuno ha concesso loro di farlo, perciò Peter Pan, non preoccuparti, la verità è dei grandi!

Tu però ricordaci sempre cosa vuol dire Babbo Natale attraverso gli occhi dei nostri bambini.

Doposcuola a Padova

Lo spazio Doposcuola a Padova è stato pensato per supportare bambini e ragazzi nel difficile compito di raggiungere l’autonomia scolastica nello svolgimento dei compiti.

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Cosa facciamo:

- aiutare a impostare un metodo di studio che valorizzi le proprie capacità e competenze

- far conoscere una pianificazione del lavoro da svolgere in autonomia che porti a gratificazione e soddisfazione del proprio operato

- impostare un lavoro che consenta di raggiungere l’autonomia non solo nello svolgimento nei compiti ma anche nella sfera personale.

Per chi:

Il servizio è rivolto a tutti i bambini a cui non piacciono i compiti, che li trovano noiosi, difficili e che non li farebbero mai!!

Il nostro aiuto è utile fino alla scuola superiore.

Metodologia e finalità:

Utilizziamo metodologie pratiche, ludiche e concrete per insegnare al bambino e al ragazzo come può svolgere i compiti da solo, valutiamo le abilità per metterle al servizio delle materie più difficili, sopportiamo moralmente i nostri ragazzi come degli allenatori e li sproniamo a vincere la propria battaglia.

I compiti non sono un problema se hai qualcuno a fianco che sa come li puoi fare!

Quella nel foglio sono io

Si nascondeva dietro alle gambe del papà. Sette anni e tanta voglia di fare, di essere vivi, di essere attivi…e felici. Gli occhi che parlano, grandi, curiosi. E ovviamente le codine. Me la vedo questa splendida bambina che scorrazza per i prati. E’ quel genere di bimba che dovrebbe correre per i campi di grano e costruire case di legno, fare delle palafitte con pezzi di recupero, costruire capanne per avventure speciali tra indiani e cow boy, tra principesse e streghe, tra mostri maligni e fantastiche eroine.

 

Perché è questo che fanno i bambini.

Giocano, usano la fantasia, si muovono, e cercano la felicità in ogni gesto.

 

Si presenta con una verifica “non sufficiente”; mi monta la rabbia perché penso a chi ha avuto il coraggio di metterle quel voto. La bambina si sente in colpa, pensa di non essere in grado e si prende la responsabilità di aver sbagliato. Mi dice “a volte faccio degli errori e la maestra mi riscrive le parole sopra”.

Noto che le scritte sono in nero, cos’è avete avuto l’”attenzione” di non scrivere gli errori in rosso?

 

Allora penso che la scuola, quando fa così diventa come uno spettro. Glielo leggo negli occhi alla mia bambina. Si sente inadeguata, non capisce. Non sa darsi delle risposte, e allora pensa che sia lei ad essere sbagliata.

Ma con tutto quello che si dice sui bambini, perché ancora si ostina, la scuola?

 

Sai qual è la cosa più odiosa? Che ora che si parla molto di questi argomenti, ci sono alcune insegnanti che fanno le buone, fanno finta di aver capito, mentono ai bambini fingendo un’indulgenza pietosa…e alla fine quando vai ai colloqui e dai dei consigli su cosa fare ti rispondono che hanno 26 bambini, mica possono provvedere a tutti.

 

Quando dicono così mi verrebbe da rispondere: “come non potete provvedere a tutti, cosa state lì a fare?” invece la diplomazia mi impone di comprendere, di venire incontro, di passare per un secondo impercettibile dalla loro parte per tirarle dalla mia.

Non è plagio, il mio è un tentativo sincero di non ricorrere agli avvocati perché la trovo una cosa inutile, eccetto rari casi.

E poi continuo e penso: “ma come fate a non volervi occupare di tutti?” Certo, è un lavoro difficile, occuparsi dei bambini. E’ un lavoro difficile pensare alle difficoltà, gestire i genitori, cercare il sistema migliore per valutare, seguire i programmi, pensare alle INVALSI. Ma i bambini, i bambini sono il futuro. I bambini sono la nostra vita. I bambini sono bambini e in quanto tale vanno difesi. I bambini sono creature meravigliose, non hanno ancora avuto il tempo di farsi guastare. Sono creature che ti parlano con il cuore, con il gioco, con quello che conoscono. Come fai a non amarli tutti? Fare l’insegnante è un lavoro difficile, delicato, importante, ammirevole. Solo se è fatto bene. Conosco delle insegnanti speciali, brave, dedite e soprattutto amorevoli e umane. Delle altre, a cui consiglierei di cambiare mestiere…perché in questo caso ci rimettono i bambini, e i bambini vanno difesi.

 

Alla mia bambina dico che non si deve preoccupare, che la colpa non è sua, ma di quelle brutte parole antipatiche che ogni tanto le fanno i dispetti e che insieme risolviamo.

 

Finisce la lezione, è la prima volta che ci vediamo.

Fa un disegno, è una ragazza con un cane e un gatto. Mi chiede se può tornare; le dico di sì, tutte le volte che vuole.

Poi mi fa un sorriso e mi dice che quella nel disegno sono io, dipinge un cuore sulla maglietta , mi sorride e se ne va.

Sulla Qualità dell’Integrazione Scolastica e Sociale

Formarsi è importante, tiene alto il confronto e soprattutto consente una progressiva distinzione. Sono da poco tornata da un convegno, di cui questa dell’integrazione era la questione principale.
Mi sento quindi di poter fare alcune considerazioni.

Il problema principale è che garantire l’integrazione con la tipologia di didattica attualmente disponibile in Italia è sostanzialmente impossibile. Se si pensa che la modalità per lo più utilizzata è un insegnamento di tipo frontale e nozionistico, tutti quei bambini che hanno una qualche difficoltà in questo senso si troveranno spiazzati.
Facciamo un esempio. Per insegnare la grammatica, argomento sul quale in molti, con DSA (Disturbo Specifico dell’Apprendimento) o meno, hanno sputato sangue, si utilizza principalmente un tipo di apprendimento sistematico e mnemonico molto incentrato sulla modalità verbale. Quindi si insegnano le varie voci del verbo, i tipi di aggettivi, gli articoli. Difficilmente però la proposta è di tipo iconico, cioè il fatto di poter insegnare attraverso le immagini l’uso delle parti del discorso e quali sono.
Questo per qualcuno può rappresentare un limite, in quanto, viene proposto solo un tipo di informazione.
C’è molta discussione relativa a questo argomento.
Una difficoltà di apprendimento, è conseguenza di una modalità di insegnamento sbagliata o è solo una modalità di apprendimento diversa che ognuno di noi ha a disposizione in quanto individui diversi? Lasciamo per un attimo da parte i disturbi. Parliamo solo di difficoltà.
Io credo che la risposta alla mia domanda sia: entrambe. Entrambe perché se un programma scolastico non prevede di rispettare i tempi di apprendimento della maggior parte dei bambini, allora non è un programma adeguato. Se le modalità che le insegnanti hanno a disposizione, per varie ragioni, sono limitate, allora bisognerebbe cambiare metodologia, insegnargliela, dare la possibilità di cambiare.
Per esempio per alcuni sarebbe molto utile poter fare esperienza di ciò che imparano. Studiamo le scienze? Andiamo in laboratorio. Studiamo la geografia? Organizziamo un viaggio.
L’altra questione è la differenza individuale. Mi verrebbe da chiedere quanti sono coloro che hanno avuto alle elementari difficoltà in matematica, nello scrivere, in italiano, a leggere. Sospetto una larga risposta affermativa. Forse perché le difficoltà, le abbiamo avute tutti. Forse perché le difficoltà, in alcuni casi, ci hanno consentito di apprendere, forse perché se fossimo stati tutti alunni perfetti, non avremmo avuto bisogno di un’insegnante. Ci sarebbe bastato Google.

La diatriba allora diventa: “una volta quando le difficoltà non si conoscevano, erano tutti somari e cattivi; oggi che le difficoltà si conoscono, i bambini si possono difendere con una diagnosi, se parliamo di disturbo specifico, o con un piano didattico personalizzato, se parliamo di bisogni educativi speciali”. Ma aspetta un attimo, siamo proprio sicuri che gli estremi siano questi? Non è che a qualcuno sia mai venuto in mente che potrebbe essere il sistema scolastico a non funzionare? Avrei piacere di chiedere alla Montessori, se e quanti bambini con difficoltà aveva nella sua classe.
Non è che magari abbiamo perso di vista chi è un bambino e pensiamo che possa essere standardizzata la sua prestazione con un TEST Invalsi?

Non vorrei che la conclusione del discorso fosse, non esistono le difficoltà e i disturbi. Vorrei però che si potesse operare una distinzione qualitativa di tali disturbi che preveda questa domanda: abbiamo fatto il possibile per insegnare in modo diverso, prima di diagnosticare o rilevare un disturbo o difficoltà? Abbiamo messo in atto tutti i sistemi riabilitativi possibili, prima di stabilire che un bambino dislessico ha una caratteristica che si porterà dietro per tutta la vita? Siamo proprio così sicuri che abbiamo creato, per tutti i bambini, le condizioni massime di apprendimento?
Siamo certi, del fatto che la scuola sia così inclusiva, se parte dal presupposto di distinguere chi ha il disturbo e chi no sulla base di una SUA caratteristica e non sulla base di ciò che la didattica può fare per lui?

Lascio la domanda aperta….

Facebook e l’identità cibernetica

A volte qualche genitore mi chiede consiglio su come regolamentare l’uso di Facebook. E la prima cosa che mi viene in mente è: bel problema! Se glielo vieti non va bene, se glielo lasci non va bene, se lo controlli c’è il problema della privacy, se non glielo controlli c’è il problema del pericolo imminente. Poi le categorie di genitori si dividono in permissivi: “cosa vuoi che succeda”, apprensivi “e se lo uccidono”, leggeri “anche se sta attaccato 3 ore è la sua vita”, amici “ci scambiamo i Poke!” e quelli del giusto equilibrio, i più rari.

Confesso di essere di parte, a me piacciono le vie di mezzo equilibrate e come sempre mi viene da porre l’accento non tanto su Facebook di per sé, ma sull’uso che se ne fa.

Allora, la generazione che più mi preoccupa è quella dei preadolescenti – adolescenti. Sarà che probabilmente i bambini (possono avere facebook?) non ne sono particolarmente attratti perché non sono ancora nella fase “social”. Magari lo prendono di più come un gioco, sebbene non neghi gli eventuali rischi anche di questo. Ma torniamo all’acne.

 

L’obiettivo di Facebook qual è? Comunicare? Condividere? Socializzare? Mettere al corrente? Mettersi in mostra? Farsi vedere? Da come io ho capito questa storia, si mette un “me stesso” dentro la rete. Tutti spaventosamente collegati. Poi hai una sorta di lista nera in cui inserisci tutti gli “amici” che puoi smistare secondo liste diversificate. Suddivisione in categoria, obiettivo della seconda elementare. Amici, amici stretti, migliori amici, familiari, persone con cui lavoro, persone con cui sono andato a scuola, persone che ho aggiunto ma che in realtà se non sento è pure meglio. Quindi, intanto suddivisione in gruppi. Insiemi.

Poi hai il problema delle “richieste di amicizia”. Ogni qual volta ne arriva una ho dei momenti di sudore, perché mi immagino sempre la scena in cui devo rifiutare. Ma vi immaginate che razza di confusione cosmica genera quel rifiuto? Un no secco. Fuori dalla mia vita. E poi se con una persona veramente non vuoi avere più a che fare la “cancelli” e poi la “blocchi”, allucinante.

Inoltre, hai tutta la sequela di informazioni inerenti la tutela della privacy, che generalmente la generazione acne non considera. Allora in un batter d’occhio te li trovi tutti magicamente collegati e con i profili aperti dove chiunque e dico chiunque può scoprire e visitare chi sei, cosa fai, chi conosci, dove vai a scuola, come si chiamano mamma e papà, come si chiama il tuo fidanzato, cosa ti piace mangiare, che film guardi, cosa ti fa schifo della vita, cosa invece adori. In un parola, sei manipolabile. Metti in mano a chiunque ciò che sei.

L’errore di fondo è pensare che siccome c’è uno schermo allora in qualche modo sei tutelato. Sbagliato. Perché in realtà il mondo è su internet da un pezzo e non c’è tutta questa distinzione tra reale e virtuale.

Che conseguenza ha questo rispetto alla costruzione dell’identità?

In teoria, questo momento di passaggio è vitale, duro, difficile, proprio perché formarsi è doloroso. Bisogna distinguere, scindere, differenziare, alienare, spostarsi, cambiare. E allora per ovattare questa sensazione di rabbia improvvisa si sta in compagnia. Se da un lato ci si forma dall’altro ci si eguaglia. D’un colpo, tuo figlio, si è trasformato nella copia esatta di quella intorpidita della figlia della vicina di casa. Copie.

Fin qui, mi pare tutto molto normale. La maggior parte di coloro che hanno superato i 18 queste cose le conoscono bene.

Ma la mia preoccupazione non è lì. Sta bensì nel fatto che Facebook rischia di essere un sostituto. Una sorta di baby sitter anti noia. Sei a casa a non far niente? Facebook! Cena in famiglia? Facebook! Al mare a prendere il sole? Facebook! Sei a scuola e la lezione non ti piace? Facebook! Sei in bagno a fare le tue cose?

Facebook! Facebook Facebook Facebook Facebook! Facebook! Facebook!

Una volta questo problema era con gli sms. Ora si chiama Facebook e SMS e What’s up e Twitter. Quando guardavo i film di fantascienza mi veniva da ridere all’idea che il robot vestito da colf impazzisse e iniziasse a tirare uova per la casa. Invece il panorama che non avevo previsto era la dipendenza.

Ci rendiamo conto che a Londra stanno nascendo i centri per la disintossicazione da Internet?

Ancora una volta mi chiedo perché lasciamo che Facebook diventi il baby sitter personale dei figli adolescenti. Dove sono finiti i patronati, le strade dove si giocava a pallone, le uscite tra amiche?

Il fatto è questo, c’è noia, i ragazzi sono annichiliti, non hanno ruolo e lo compensano con foto da super modelli. Ogni posa è una scusa per mettersi in mostra, per farsi apprezzare, per farsi condividere, per attirare l’attenzione con la mera illusione che così facendo si darà impressione di essere potenti, geniali, belli, sicuri e meritevoli.

Spero che il momento in cui narciso cadrà nell’acqua arrivi il più tardi possibile e che per allora avrete molti amici e familiari pronti a tirarvi fuori.

Prenditi le tue responsabilità!

Credo di sentire questa frase almeno cinque volte al giorno. Più o meno, viene detta ai bambini con un livello d’età medio pari ai 7 anni. Cioè, dai 7 fino alla fine dei loro giorni.

Chissà perché alcuni genitori hanno deciso questo limite massimo per essere bambini. La cosa divertente è che quando faccio un colloquio genitori la frequenza d’uso è simile… Comincio ora a chiedermi perché. E’ sorprendente che questa frase venga usata con più probabilità dal gentil sesso. Che sia un caso? Ve la state immaginando la scena? Lei col viso paonazzo, giugulare gonfia, occhi in fuori, sopracciglia oblique, e grugno da orso inferocito. Ovviamente, dito puntato.

Lui, o il malcapitato, basito. “Prenditi le tue responsabilità!!!”

Analizziamo insieme questa frase. A scuola ci hanno insegnato che “prenditi” fa parte di uno di quei modi verbali che in molti prima o dopo bramiamo usare. L’imperativo. Sentite come suona bene? Impero, imperatore, potere, ricchezza, decisione, ordine. Io decido che tu devi. Fantastico. Quindi “prendi”. Attenzione però, perché non basta mica il comando fine a se stesso. No, no! Prendi – “ti”. Della serie, sto proprio, precisamente, ineluttabilmente, parlando con te! Sempre contando che dall’altra parte ci sia uno un po’duro di comprendonio, oltre al “ti” si fa presente che sono proprio le “tue”. Ho sempre la sensazione che al “tue” stia arrivando sostanzialmente il secondo schiaffone metaforico. Nel qual caso lo scarica barile non avesse funzionato a sufficienza, sarebbe utile far notare che in questo caso prendi è un’azione che devi fare solo tu. Non è “prendiamoCI – TI le tue responsabilità” è proprio “prenditi” da solo, tu e solo tu. Colpa tua, capito? Ci sarebbe ora la questione delle responsabilità.

Intanto, “le” indica effettivamente che sono più di una. Quindi, in pratica, dall’altra parte c’è qualcuno che ti sta, sempre metaforicamente, pestando. Veniamo alla questione responsabilità. Che cosa mi ricorda questo termine? Andando a curiosare qua e là trovo questo riferimento “responsabile: dal latino: [respondere] rispondere, composto di [re] indietro e [spondere] promettere, più il suffisso [-bile] che indica facoltà, possibilità.” Sostanzialmente dice: rispondi, prometti, rendi conto, abbi un ruolo.

Però, neanche male per essere una frase di quattro parole no? La riflessione finisce qui. Magari poi si potrebbe parlare di quanto sia utile una frase del genere con un bambino oppure discutere sul fatto che nel momento stesso in cui la si pronuncia si presume già che l’altro sia in grado di assumersi un ruolo…e se così non fosse?

P.S. Per i pignoli: di solito si dice assumiti, non prenditi…ma questo è un altro argomento!

La potenza di un’azione

Chi conosce la disprassia sa che quando ci si ha a che fare la scena che si palesa è più o meno questa: fate conto di avere un toro incavolato davanti e immaginate di prenderlo letteralmente per le corna mentre la bestia imbizzarrita divincola la testa per impedirvi di tenerla.

Contemporaneamente tira indietro, come un mulo. Un tomulo.
La disprassia è così. Si divincola come una bestia quando cerchi di domarla.
In particolare fa sì che la mano del bambino faccia una fatica impressionante a seguire un binario. La possiamo anche chiamare disgrafia se ci piace essere specifici. E’ un disturbo di cui pochi parlano. In un caso la disprassia è generica, coinvolge un po’ tutto il sistema motorio. Nel caso della disgrafia, parliamo di una sottocomponente che riguarda specificatamente il tratto grafico, cioè la scrittura e il disegno, per esempio.

Ora, io devo insegnare intanto al mio bambino a programmare una linea dritta. Facile vero? prendi un punto A, prendi in mano la penna, colleghi il punto A al punto B. Fatta la linea. Pensate, che per un bambino con questa faticabilità, un’azione così semplice può costare una frustrazione altissima. Se non altro perché mica la linea viene dritta subito. Allora, devi spezzare il compito, procedere per piccoli obiettivi, un pezzettino alla volta…e alla fine la linea viene fuori. Prima sarà simile ad un’onda, poi sarà obliqua, poi sarà un po’ più dritta; prima sarà lunga, poi sempre più corta. Giorno dopo giorno.

C’è chi pretende che i bambini con questo grado di fatica scrivano. Perché ormai hanno imparato come si fa, conoscono le lettere e quindi non si capisce perché non lo debbano fare. Se non scrivono è perché non hanno voglia, e quindi bisogna sgridarli, costringerli, spronarli. Perché sa, se io lo ricatto il bambino, vuole vedere come scrive bene?

Non mi metto a discutere su questo punto perché si commenta da sé. Ma voglio raccontare cosa mi è successo ieri durante una lezione.
Per alcuni di questi bambini, di quelli svegli, attivi, tutto ciò rappresenta un enorme scoglio perché sanno qual è il loro potenziale e, ahimè, non ci possono fare niente. Sono i bambini sensibili che soffrono di più.
Insomma, io devo portare questo bambino a scrivere meglio. Per fare questo, devo spezzare il compito come detto sopra.
Il bambino si innervosisce, scalpita. Eccola lì la bestia da domare, non il bambino sia chiaro, la disprassia. Così, gli prendo la mano delicatamente. Il bambino è nervoso. Gli dico di guardarmi. Sorrido. Lui mi studia. Non lo sa che voglio combinare con la sua mano. Gli dico di lasciarsi andare. Il bambino molla la presa sulla penna, allenta la tensione, e per un secondo impercettibile, si lascia guidare. Ecco, ha fatto una linea perfetta.

Poi lo lascio, fa da solo…e la linea perfetta l’ha fatta lui.

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