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Sulla Qualità dell’Integrazione Scolastica e Sociale

Formarsi è importante, tiene alto il confronto e soprattutto consente una progressiva distinzione. Sono da poco tornata da un convegno, di cui questa dell’integrazione era la questione principale.
Mi sento quindi di poter fare alcune considerazioni.

Il problema principale è che garantire l’integrazione con la tipologia di didattica attualmente disponibile in Italia è sostanzialmente impossibile. Se si pensa che la modalità per lo più utilizzata è un insegnamento di tipo frontale e nozionistico, tutti quei bambini che hanno una qualche difficoltà in questo senso si troveranno spiazzati.
Facciamo un esempio. Per insegnare la grammatica, argomento sul quale in molti, con DSA (Disturbo Specifico dell’Apprendimento) o meno, hanno sputato sangue, si utilizza principalmente un tipo di apprendimento sistematico e mnemonico molto incentrato sulla modalità verbale. Quindi si insegnano le varie voci del verbo, i tipi di aggettivi, gli articoli. Difficilmente però la proposta è di tipo iconico, cioè il fatto di poter insegnare attraverso le immagini l’uso delle parti del discorso e quali sono.
Questo per qualcuno può rappresentare un limite, in quanto, viene proposto solo un tipo di informazione.
C’è molta discussione relativa a questo argomento.
Una difficoltà di apprendimento, è conseguenza di una modalità di insegnamento sbagliata o è solo una modalità di apprendimento diversa che ognuno di noi ha a disposizione in quanto individui diversi? Lasciamo per un attimo da parte i disturbi. Parliamo solo di difficoltà.
Io credo che la risposta alla mia domanda sia: entrambe. Entrambe perché se un programma scolastico non prevede di rispettare i tempi di apprendimento della maggior parte dei bambini, allora non è un programma adeguato. Se le modalità che le insegnanti hanno a disposizione, per varie ragioni, sono limitate, allora bisognerebbe cambiare metodologia, insegnargliela, dare la possibilità di cambiare.
Per esempio per alcuni sarebbe molto utile poter fare esperienza di ciò che imparano. Studiamo le scienze? Andiamo in laboratorio. Studiamo la geografia? Organizziamo un viaggio.
L’altra questione è la differenza individuale. Mi verrebbe da chiedere quanti sono coloro che hanno avuto alle elementari difficoltà in matematica, nello scrivere, in italiano, a leggere. Sospetto una larga risposta affermativa. Forse perché le difficoltà, le abbiamo avute tutti. Forse perché le difficoltà, in alcuni casi, ci hanno consentito di apprendere, forse perché se fossimo stati tutti alunni perfetti, non avremmo avuto bisogno di un’insegnante. Ci sarebbe bastato Google.

La diatriba allora diventa: “una volta quando le difficoltà non si conoscevano, erano tutti somari e cattivi; oggi che le difficoltà si conoscono, i bambini si possono difendere con una diagnosi, se parliamo di disturbo specifico, o con un piano didattico personalizzato, se parliamo di bisogni educativi speciali”. Ma aspetta un attimo, siamo proprio sicuri che gli estremi siano questi? Non è che a qualcuno sia mai venuto in mente che potrebbe essere il sistema scolastico a non funzionare? Avrei piacere di chiedere alla Montessori, se e quanti bambini con difficoltà aveva nella sua classe.
Non è che magari abbiamo perso di vista chi è un bambino e pensiamo che possa essere standardizzata la sua prestazione con un TEST Invalsi?

Non vorrei che la conclusione del discorso fosse, non esistono le difficoltà e i disturbi. Vorrei però che si potesse operare una distinzione qualitativa di tali disturbi che preveda questa domanda: abbiamo fatto il possibile per insegnare in modo diverso, prima di diagnosticare o rilevare un disturbo o difficoltà? Abbiamo messo in atto tutti i sistemi riabilitativi possibili, prima di stabilire che un bambino dislessico ha una caratteristica che si porterà dietro per tutta la vita? Siamo proprio così sicuri che abbiamo creato, per tutti i bambini, le condizioni massime di apprendimento?
Siamo certi, del fatto che la scuola sia così inclusiva, se parte dal presupposto di distinguere chi ha il disturbo e chi no sulla base di una SUA caratteristica e non sulla base di ciò che la didattica può fare per lui?

Lascio la domanda aperta….

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