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Valutare il limite – parte prima

Prendo ispirazione da un articolo che ho letto oggi in cui un professore esasperato denunciava a Galimberti il suo rammarico nel dover constatare che i genitori si intromettono spesso nella didattica dei figli. In sintesi, l’articolo diceva che ormai ciò che interessa la famiglia non è una reale formazione e cultura dei propri figli, ma la preoccupazione della competenza, dell’essere promosso o bocciato, quasi fosse più importante arrivare al pezzo di carta invece di conoscere il reale significato di ciò che si studia.

Un passaggio dell’articolo mi aveva incuriosito e riguardava la frustrazione da parte del professore nel non essere libero di mettere un brutto voto, per quanto alacremente documentato e giustificato, per paura di un ricorso al Tar o di qualche minaccia da parte di un genitore fermamente convinto di avere un genio in casa.

Inoltre veniva contestato il fatto che a causa delle varie riforme e cambi di governo, si sia giunti ad un unico esame, quello di maturità, che funge da vero e proprio sparti acque e che diventa la prima prova “seria”. Il risultato è una fobia generale da prova che coinvolge psicologi, genitori, e società intera nella commiserazione del poverino che deve subire quattro prove per avere accesso a qualche forma di libertà occupazionale o didattica.

A questo punto vengono a galla un sacco di problemi.

  1. Quale competenza?

Un paradosso contro il quale ci dobbiamo scontrare è proprio la mancanza di competenza. Non molto tempo fa un ministro sosteneva che i giovani dovessero essere “Choosy”. Forse intendeva dire che ci vuole un po’di sana versatilità, capacità di cambiamento, tendenza alla non fossilizzazione, intendeva forse affinità alla mobilità? sicuramente parola a doppio, forse anche triplo taglio. Ma non divaghiamo. Il messaggio che passa è che tutti possono fare tutto; come a dire, poco importa se nasci con una certa attitudine alle lingue, se fai il meccanico va bene uguale. Ecco quindi che si pone il problema del valorizzare i propri talenti, di avere lo spazio per poter realmente scegliere chi si vuole essere….MA, il risultato di un modo di pensare troppo elastico è che, in generale e con la generalizzazione si fa sempre un errore metodologico, sia sparita la competenza. Ora, la scuola dovrebbe avere il ruolo di fornire degli strumenti che ti consentano, sulla soglia dell’ingresso in società, e talvolta si spera anche prima, di essere una persona libera di scegliere.

Pura utopia naturalmente, e in questo senso non mi sento di incolpare la scuola per una responsabilità che ha solo in parte. Ma ho come la sensazione che, schiacciati dal peso del giudizio e della troppa rigidità, il risultato nel tempo sia stato un abbandono totale dei limiti indispensabili per costruire il sapere. In questo senso, mi pare di dover dare ragione al professore esasperato: vogliamo una didattica delle competenze o una didattica della conoscenza? ma non penso che la questione finisca qui.

Tanto per dirne una, qui la competenza viene usata con due accezioni. Da un lato si parla di competenza come il risultato di una serie di studi, raccolta di informazioni, esperienze che ti consentono di esprimere un giudizio di valore; dall’altro la competenza, quella a cui ci stiamo avvicinando, si può tradurre con “idoneità”.

Ma l’educazione e l’istruzione, verso quale competenza vogliono andare?

Segue passaggio 2.

One Response to Valutare il limite – parte prima
  1. […] L’altra questione che mi pongo è il fatto che nella nostra società non esista più un vero e pro... lalogopedia.com/limiteparteseconda

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