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La sofferenza di chi è?

Ci sono delle occasioni in cui si avrebbe tanta voglia di condividere la sofferenza. La sofferenza che si prova nel vedere che c’è un limite nell’intervenire. Ci sono delle patologie che strutturalmente non possono essere combattute. La penso così, c’è sempre qualcosa da fare, ma quando leggi negli occhi del tuo bambino che si rende conto di non poter arrivare più in là, allora penso a che strazio si deve scatenare. Mi chiedo, quanto ti rendi conto? quanto può essere la tua consapevolezza di bambino e quali risposte ti dai alla fatica, al perché gli altri riescono in qualcosa che a te non riesce. Allora credo che ci voglia un’infinita umanità per trasmettere dignità. E’ la dignità con cui ti sorprendono quando si stupiscono con un progresso, un passo in più. A volte mi sembra di correre verso un punto luminoso. Così la penso la riabilitazione, un accompagnare verso la speranza, per il mio bambino e per la famiglia che lotta con insistenza verso qualcosa che fa parte della vita. Ti costringe a fare i conti con il senso, “che senso ha un bambino che soffre?” mi verrebbe da chiedere. A volte penso che sono più io a soffrire per loro, che non i bambini stessi a rendersi conto di cosa capita. Alcune volte, esco dallo studio contenta di aver fatto il massimo, di aver ottenuto, di essere stata valida. Altre penso di non esserci riuscita, di dover cercare una strada che ancora è un po’ nella nebbia. Non esiste test, non esiste valutazione, non esiste formazione ed esperienza che possa esimerci dal chiedere ogni giorno se va bene quello che si sta facendo. Mica per rimanere nel dubbio atroce di non essere adeguati, piuttosto per continuare in quella ricerca infinita del sapere, che ci fa toccare la vita nella sua essenza più pura. E allora oggi condivido così, esprimendo i miei pensieri alla luce del sole, chi ha a che fare con la cura questo lo capisce. E’ qualcosa che da un lato prosciuga, dall’altro riempie la vita..a modo suo.

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