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La riabilitazione tra scienza e logica di una pratica

Che cos’è la riabilitazione senza amore?

Il problema del fondere la teoria con la pratica è quello di plasmare nella quotidianità le conoscenze teoriche e scientifiche. E’ il problema di individuare il giusto equilibrio tra scientificità e umanità. Siamo il risultato della società del pensiero. Siamo il risultato del cogito ergo sum. Siamo il risultato della potenza del pensiero umano anteposto alla centralità dei sentimenti. Amore? Roba da romantici farneticanti di un’esistenza frivola. Siamo il risultato della scienza. E ci siamo trovati con la scienza dell’economia, la scienza della didattica, la scienza del commercio, la scienza della politica, la scienza del fare, la scienza del “si fa così” perché lo dice la scienza.

Il fatto è che la teoria senza la pratica e la pratica senza la teoria isolatamente comunicano un senso di dispersione, di vuoto e di carenza. Una pratica che non si fonda su una teoria, dove per teoria intendo la logica di un pensiero, è un agito senza significato. Una teoria senza il suo corrispettivo considerare la logica dell’errore è una teoria fine a se stessa. E’ così che nella pratica quotidiana avviene uno scontro continuo, una messa in discussione costante, tra ciò che so, perché l’ho studiato, e ciò che vedo. A chi devo credere? Mi capita di non ritrovare il nesso della conoscenza letta sui libri e l’esperienza. Allora mi chiedo che cosa voglia dire riabilitare; ma soprattutto la domanda diventa che cos’è la cura e chi sto curando.

Chi è il soggetto della riabilitazione? Credo di potermi rispondere che la riabilitazione è logica dell’azione. Azione e pensiero in un sol istante. Bisogna accorciare le distanze, tra mente e ambiente, tra natura e cultura, tra pensiero e sentimento. Un elemento fondamentale della pratica, della nostra pratica, è considerare il linguaggio come un atto motorio. Il soggetto della pratica allora diventa il soggetto dell’azione. Il bambino è azione, è motricità, è sviluppo, è “condurre spingendo” verso la vita, verso l’energia. Lo è, ma con un limite. Per dire “mamma” devo necessariamente fermare un atto motorio affinché esso sia delimitato in un tempo e in uno spazio, seguendo una regola, che abbiamo chiamato “configurazione”. Il limite è positivo, non dice dove non posso arrivare, dice solo che c’è una fine che garantisce un inizio.

L’azione deve essere allo stesso tempo facile per essere delimitata, perché se è manipolabile allora è più semplice creare un circuito che si automonitora. Il problema allora diventa la motivazione all’azione, la spinta all’uso dell’azione facile, il bisogno di esplorare e di conoscere. Motivazione intesa come forza motrice, non come coscienza nel fare. Diventa il problema dell’identità, dell’appartenenza dell’essere umano ad un senso da condividere anche nella patologia, nel non riuscire e nel non potere. Perché che ci sto a fare io qui, se la mia azione non è facile? E’ negli occhi del terapista che si trova il senso, la determinazione, sapendo anche che il limite funziona per l’azione quando viene da sé ma anche per l’azione che viene da fuori. Diventa che “automonitorarsi” è il sinonimo di “autoaffermarsi” in una relazione qualitativa con l’Altro. Come si concilia questo con un test? Come si concilia questo con una valutazione della prestazione?

Dobbiamo essere scientifici, ma non possiamo non essere umani.

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