Si deve dire ai bambini che Babbo Natale non esiste?

Sento qualche adulto sostenere che la favola di Babbo Natale non si deve raccontare perché poi i bambini si illudono e un giorno scoprono la verità.

Allora la domanda mi viene spontanea: di quale verità parliamo?

Un conto è la verità degli adulti e un conto è quella dei bambini. La verità dei bambini è che hanno bisogno di illudersi. Mentre leggevo “Gioco e Realtà” di Winnicott un punto mi aveva proprio colpito. Dice espressamente che i bambini hanno bisogno di illudersi, hanno bisogno di sentirsi onnipotenti, hanno bisogno della loro verità egocentrica e piena di sé prima di potersi distinguere in altro.

Questa accezione del termine illudersi sembra che abbia a tutti i costi una connotazione negativa. E invece, io penso che non ci sia mezzo migliore per tornare bambini. La differenza tra adulti e bambini è anche questa.

Un bambino si illude a pieno, sogna, usa la fantasia per costruire un mondo che è molto più originale e senza forma di quello di un adulto sebbene anch’esso abbia le sue regole. Quello di un adulto è il mondo di chi può scegliere, se calarsi nel mondo di bambino o se rimanere nel suo. Ecco perché sono gli adulti che si vestono da Babbo Natale e non i bambini come succede a carnevale. Perché gli adulti scelgono, i bambini sono.

Allora penso che un adulto possa fare anche pace un poco alla volta con la bugia che gli è stata raccontata. Non è vero che il mondo è fatto di fantasia e alberi di caramello, non è vero che la formichina si prende il dentino e non è vero che esiste Babbo Natale; se chiaramente lo intendiamo come l’uomo della Lapponia che scende dal carro volante guidato da renne campanellate. Che poi, perché si incastra sempre nel camino o salendo dal balcone?

Ora mi ingarbuglio:

Quello che è vero, è che per dire che non è vero che esiste, ognuno di noi deve aver avuto la possibilità di credere che esiste.

 

Mi spiego con un giro di parole in meno. Il principio è, puoi tu vedere il bicchiere vuoto se non vedi il pieno? Puoi vedere il pieno se non vedi il vuoto?

O è più importante che tu il bicchiere lo veda?

 

Peter Pan probabilmente aveva paura proprio di questo. Una volta diventati adulti non si torna indietro. Chiuso con il passato, con le feste, con la fantasia, e con quelle sciocchezze che solo i bambini combinano. E già quando si parla di bicchieri, pieni o vuoti o mezzi o di vino, non si parla più solo di bicchieri, ma di un’esistenza intera, pensa come siamo complicati

 

Ma mi sento di rassicurare Peter Pan dicendogli che alcuni adulti, il 25 dicembre di ogni anno tornano bambini sul serio. Si vestono di tutto punto e guardano con commozione gli occhi sognanti dei bambini. Alcuni adulti si siedono sulla sedia a fianco e guardano ammirati la penna che scrive “Caro Babbo Natale…”e degli altri aspettano il 25 mattina per ascoltare l’urlo di gioia del passaggio tanto atteso.

 

Se questi adulti possono illudersi è perché qualcuno ha concesso loro di farlo, perciò Peter Pan, non preoccuparti, la verità è dei grandi!

Tu però ricordaci sempre cosa vuol dire Babbo Natale attraverso gli occhi dei nostri bambini.

Doposcuola a Padova

Lo spazio Doposcuola a Padova è stato pensato per supportare bambini e ragazzi nel difficile compito di raggiungere l’autonomia scolastica nello svolgimento dei compiti.

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Cosa facciamo:

- aiutare a impostare un metodo di studio che valorizzi le proprie capacità e competenze

- far conoscere una pianificazione del lavoro da svolgere in autonomia che porti a gratificazione e soddisfazione del proprio operato

- impostare un lavoro che consenta di raggiungere l’autonomia non solo nello svolgimento nei compiti ma anche nella sfera personale.

Per chi:

Il servizio è rivolto a tutti i bambini a cui non piacciono i compiti, che li trovano noiosi, difficili e che non li farebbero mai!!

Il nostro aiuto è utile fino alla scuola superiore.

Metodologia e finalità:

Utilizziamo metodologie pratiche, ludiche e concrete per insegnare al bambino e al ragazzo come può svolgere i compiti da solo, valutiamo le abilità per metterle al servizio delle materie più difficili, sopportiamo moralmente i nostri ragazzi come degli allenatori e li sproniamo a vincere la propria battaglia.

I compiti non sono un problema se hai qualcuno a fianco che sa come li puoi fare!

Quella nel foglio sono io

Si nascondeva dietro alle gambe del papà. Sette anni e tanta voglia di fare, di essere vivi, di essere attivi…e felici. Gli occhi che parlano, grandi, curiosi. E ovviamente le codine. Me la vedo questa splendida bambina che scorrazza per i prati. E’ quel genere di bimba che dovrebbe correre per i campi di grano e costruire case di legno, fare delle palafitte con pezzi di recupero, costruire capanne per avventure speciali tra indiani e cow boy, tra principesse e streghe, tra mostri maligni e fantastiche eroine.

 

Perché è questo che fanno i bambini.

Giocano, usano la fantasia, si muovono, e cercano la felicità in ogni gesto.

 

Si presenta con una verifica “non sufficiente”; mi monta la rabbia perché penso a chi ha avuto il coraggio di metterle quel voto. La bambina si sente in colpa, pensa di non essere in grado e si prende la responsabilità di aver sbagliato. Mi dice “a volte faccio degli errori e la maestra mi riscrive le parole sopra”.

Noto che le scritte sono in nero, cos’è avete avuto l’”attenzione” di non scrivere gli errori in rosso?

 

Allora penso che la scuola, quando fa così diventa come uno spettro. Glielo leggo negli occhi alla mia bambina. Si sente inadeguata, non capisce. Non sa darsi delle risposte, e allora pensa che sia lei ad essere sbagliata.

Ma con tutto quello che si dice sui bambini, perché ancora si ostina, la scuola?

 

Sai qual è la cosa più odiosa? Che ora che si parla molto di questi argomenti, ci sono alcune insegnanti che fanno le buone, fanno finta di aver capito, mentono ai bambini fingendo un’indulgenza pietosa…e alla fine quando vai ai colloqui e dai dei consigli su cosa fare ti rispondono che hanno 26 bambini, mica possono provvedere a tutti.

 

Quando dicono così mi verrebbe da rispondere: “come non potete provvedere a tutti, cosa state lì a fare?” invece la diplomazia mi impone di comprendere, di venire incontro, di passare per un secondo impercettibile dalla loro parte per tirarle dalla mia.

Non è plagio, il mio è un tentativo sincero di non ricorrere agli avvocati perché la trovo una cosa inutile, eccetto rari casi.

E poi continuo e penso: “ma come fate a non volervi occupare di tutti?” Certo, è un lavoro difficile, occuparsi dei bambini. E’ un lavoro difficile pensare alle difficoltà, gestire i genitori, cercare il sistema migliore per valutare, seguire i programmi, pensare alle INVALSI. Ma i bambini, i bambini sono il futuro. I bambini sono la nostra vita. I bambini sono bambini e in quanto tale vanno difesi. I bambini sono creature meravigliose, non hanno ancora avuto il tempo di farsi guastare. Sono creature che ti parlano con il cuore, con il gioco, con quello che conoscono. Come fai a non amarli tutti? Fare l’insegnante è un lavoro difficile, delicato, importante, ammirevole. Solo se è fatto bene. Conosco delle insegnanti speciali, brave, dedite e soprattutto amorevoli e umane. Delle altre, a cui consiglierei di cambiare mestiere…perché in questo caso ci rimettono i bambini, e i bambini vanno difesi.

 

Alla mia bambina dico che non si deve preoccupare, che la colpa non è sua, ma di quelle brutte parole antipatiche che ogni tanto le fanno i dispetti e che insieme risolviamo.

 

Finisce la lezione, è la prima volta che ci vediamo.

Fa un disegno, è una ragazza con un cane e un gatto. Mi chiede se può tornare; le dico di sì, tutte le volte che vuole.

Poi mi fa un sorriso e mi dice che quella nel disegno sono io, dipinge un cuore sulla maglietta , mi sorride e se ne va.

Sulla Qualità dell’Integrazione Scolastica e Sociale

Formarsi è importante, tiene alto il confronto e soprattutto consente una progressiva distinzione. Sono da poco tornata da un convegno, di cui questa dell’integrazione era la questione principale.
Mi sento quindi di poter fare alcune considerazioni.

Il problema principale è che garantire l’integrazione con la tipologia di didattica attualmente disponibile in Italia è sostanzialmente impossibile. Se si pensa che la modalità per lo più utilizzata è un insegnamento di tipo frontale e nozionistico, tutti quei bambini che hanno una qualche difficoltà in questo senso si troveranno spiazzati.
Facciamo un esempio. Per insegnare la grammatica, argomento sul quale in molti, con DSA (Disturbo Specifico dell’Apprendimento) o meno, hanno sputato sangue, si utilizza principalmente un tipo di apprendimento sistematico e mnemonico molto incentrato sulla modalità verbale. Quindi si insegnano le varie voci del verbo, i tipi di aggettivi, gli articoli. Difficilmente però la proposta è di tipo iconico, cioè il fatto di poter insegnare attraverso le immagini l’uso delle parti del discorso e quali sono.
Questo per qualcuno può rappresentare un limite, in quanto, viene proposto solo un tipo di informazione.
C’è molta discussione relativa a questo argomento.
Una difficoltà di apprendimento, è conseguenza di una modalità di insegnamento sbagliata o è solo una modalità di apprendimento diversa che ognuno di noi ha a disposizione in quanto individui diversi? Lasciamo per un attimo da parte i disturbi. Parliamo solo di difficoltà.
Io credo che la risposta alla mia domanda sia: entrambe. Entrambe perché se un programma scolastico non prevede di rispettare i tempi di apprendimento della maggior parte dei bambini, allora non è un programma adeguato. Se le modalità che le insegnanti hanno a disposizione, per varie ragioni, sono limitate, allora bisognerebbe cambiare metodologia, insegnargliela, dare la possibilità di cambiare.
Per esempio per alcuni sarebbe molto utile poter fare esperienza di ciò che imparano. Studiamo le scienze? Andiamo in laboratorio. Studiamo la geografia? Organizziamo un viaggio.
L’altra questione è la differenza individuale. Mi verrebbe da chiedere quanti sono coloro che hanno avuto alle elementari difficoltà in matematica, nello scrivere, in italiano, a leggere. Sospetto una larga risposta affermativa. Forse perché le difficoltà, le abbiamo avute tutti. Forse perché le difficoltà, in alcuni casi, ci hanno consentito di apprendere, forse perché se fossimo stati tutti alunni perfetti, non avremmo avuto bisogno di un’insegnante. Ci sarebbe bastato Google.

La diatriba allora diventa: “una volta quando le difficoltà non si conoscevano, erano tutti somari e cattivi; oggi che le difficoltà si conoscono, i bambini si possono difendere con una diagnosi, se parliamo di disturbo specifico, o con un piano didattico personalizzato, se parliamo di bisogni educativi speciali”. Ma aspetta un attimo, siamo proprio sicuri che gli estremi siano questi? Non è che a qualcuno sia mai venuto in mente che potrebbe essere il sistema scolastico a non funzionare? Avrei piacere di chiedere alla Montessori, se e quanti bambini con difficoltà aveva nella sua classe.
Non è che magari abbiamo perso di vista chi è un bambino e pensiamo che possa essere standardizzata la sua prestazione con un TEST Invalsi?

Non vorrei che la conclusione del discorso fosse, non esistono le difficoltà e i disturbi. Vorrei però che si potesse operare una distinzione qualitativa di tali disturbi che preveda questa domanda: abbiamo fatto il possibile per insegnare in modo diverso, prima di diagnosticare o rilevare un disturbo o difficoltà? Abbiamo messo in atto tutti i sistemi riabilitativi possibili, prima di stabilire che un bambino dislessico ha una caratteristica che si porterà dietro per tutta la vita? Siamo proprio così sicuri che abbiamo creato, per tutti i bambini, le condizioni massime di apprendimento?
Siamo certi, del fatto che la scuola sia così inclusiva, se parte dal presupposto di distinguere chi ha il disturbo e chi no sulla base di una SUA caratteristica e non sulla base di ciò che la didattica può fare per lui?

Lascio la domanda aperta….

Facebook e l’identità cibernetica

A volte qualche genitore mi chiede consiglio su come regolamentare l’uso di Facebook. E la prima cosa che mi viene in mente è: bel problema! Se glielo vieti non va bene, se glielo lasci non va bene, se lo controlli c’è il problema della privacy, se non glielo controlli c’è il problema del pericolo imminente. Poi le categorie di genitori si dividono in permissivi: “cosa vuoi che succeda”, apprensivi “e se lo uccidono”, leggeri “anche se sta attaccato 3 ore è la sua vita”, amici “ci scambiamo i Poke!” e quelli del giusto equilibrio, i più rari.

Confesso di essere di parte, a me piacciono le vie di mezzo equilibrate e come sempre mi viene da porre l’accento non tanto su Facebook di per sé, ma sull’uso che se ne fa.

Allora, la generazione che più mi preoccupa è quella dei preadolescenti – adolescenti. Sarà che probabilmente i bambini (possono avere facebook?) non ne sono particolarmente attratti perché non sono ancora nella fase “social”. Magari lo prendono di più come un gioco, sebbene non neghi gli eventuali rischi anche di questo. Ma torniamo all’acne.

 

L’obiettivo di Facebook qual è? Comunicare? Condividere? Socializzare? Mettere al corrente? Mettersi in mostra? Farsi vedere? Da come io ho capito questa storia, si mette un “me stesso” dentro la rete. Tutti spaventosamente collegati. Poi hai una sorta di lista nera in cui inserisci tutti gli “amici” che puoi smistare secondo liste diversificate. Suddivisione in categoria, obiettivo della seconda elementare. Amici, amici stretti, migliori amici, familiari, persone con cui lavoro, persone con cui sono andato a scuola, persone che ho aggiunto ma che in realtà se non sento è pure meglio. Quindi, intanto suddivisione in gruppi. Insiemi.

Poi hai il problema delle “richieste di amicizia”. Ogni qual volta ne arriva una ho dei momenti di sudore, perché mi immagino sempre la scena in cui devo rifiutare. Ma vi immaginate che razza di confusione cosmica genera quel rifiuto? Un no secco. Fuori dalla mia vita. E poi se con una persona veramente non vuoi avere più a che fare la “cancelli” e poi la “blocchi”, allucinante.

Inoltre, hai tutta la sequela di informazioni inerenti la tutela della privacy, che generalmente la generazione acne non considera. Allora in un batter d’occhio te li trovi tutti magicamente collegati e con i profili aperti dove chiunque e dico chiunque può scoprire e visitare chi sei, cosa fai, chi conosci, dove vai a scuola, come si chiamano mamma e papà, come si chiama il tuo fidanzato, cosa ti piace mangiare, che film guardi, cosa ti fa schifo della vita, cosa invece adori. In un parola, sei manipolabile. Metti in mano a chiunque ciò che sei.

L’errore di fondo è pensare che siccome c’è uno schermo allora in qualche modo sei tutelato. Sbagliato. Perché in realtà il mondo è su internet da un pezzo e non c’è tutta questa distinzione tra reale e virtuale.

Che conseguenza ha questo rispetto alla costruzione dell’identità?

In teoria, questo momento di passaggio è vitale, duro, difficile, proprio perché formarsi è doloroso. Bisogna distinguere, scindere, differenziare, alienare, spostarsi, cambiare. E allora per ovattare questa sensazione di rabbia improvvisa si sta in compagnia. Se da un lato ci si forma dall’altro ci si eguaglia. D’un colpo, tuo figlio, si è trasformato nella copia esatta di quella intorpidita della figlia della vicina di casa. Copie.

Fin qui, mi pare tutto molto normale. La maggior parte di coloro che hanno superato i 18 queste cose le conoscono bene.

Ma la mia preoccupazione non è lì. Sta bensì nel fatto che Facebook rischia di essere un sostituto. Una sorta di baby sitter anti noia. Sei a casa a non far niente? Facebook! Cena in famiglia? Facebook! Al mare a prendere il sole? Facebook! Sei a scuola e la lezione non ti piace? Facebook! Sei in bagno a fare le tue cose?

Facebook! Facebook Facebook Facebook Facebook! Facebook! Facebook!

Una volta questo problema era con gli sms. Ora si chiama Facebook e SMS e What’s up e Twitter. Quando guardavo i film di fantascienza mi veniva da ridere all’idea che il robot vestito da colf impazzisse e iniziasse a tirare uova per la casa. Invece il panorama che non avevo previsto era la dipendenza.

Ci rendiamo conto che a Londra stanno nascendo i centri per la disintossicazione da Internet?

Ancora una volta mi chiedo perché lasciamo che Facebook diventi il baby sitter personale dei figli adolescenti. Dove sono finiti i patronati, le strade dove si giocava a pallone, le uscite tra amiche?

Il fatto è questo, c’è noia, i ragazzi sono annichiliti, non hanno ruolo e lo compensano con foto da super modelli. Ogni posa è una scusa per mettersi in mostra, per farsi apprezzare, per farsi condividere, per attirare l’attenzione con la mera illusione che così facendo si darà impressione di essere potenti, geniali, belli, sicuri e meritevoli.

Spero che il momento in cui narciso cadrà nell’acqua arrivi il più tardi possibile e che per allora avrete molti amici e familiari pronti a tirarvi fuori.

Prenditi le tue responsabilità!

Credo di sentire questa frase almeno cinque volte al giorno. Più o meno, viene detta ai bambini con un livello d’età medio pari ai 7 anni. Cioè, dai 7 fino alla fine dei loro giorni.

Chissà perché alcuni genitori hanno deciso questo limite massimo per essere bambini. La cosa divertente è che quando faccio un colloquio genitori la frequenza d’uso è simile… Comincio ora a chiedermi perché. E’ sorprendente che questa frase venga usata con più probabilità dal gentil sesso. Che sia un caso? Ve la state immaginando la scena? Lei col viso paonazzo, giugulare gonfia, occhi in fuori, sopracciglia oblique, e grugno da orso inferocito. Ovviamente, dito puntato.

Lui, o il malcapitato, basito. “Prenditi le tue responsabilità!!!”

Analizziamo insieme questa frase. A scuola ci hanno insegnato che “prenditi” fa parte di uno di quei modi verbali che in molti prima o dopo bramiamo usare. L’imperativo. Sentite come suona bene? Impero, imperatore, potere, ricchezza, decisione, ordine. Io decido che tu devi. Fantastico. Quindi “prendi”. Attenzione però, perché non basta mica il comando fine a se stesso. No, no! Prendi – “ti”. Della serie, sto proprio, precisamente, ineluttabilmente, parlando con te! Sempre contando che dall’altra parte ci sia uno un po’duro di comprendonio, oltre al “ti” si fa presente che sono proprio le “tue”. Ho sempre la sensazione che al “tue” stia arrivando sostanzialmente il secondo schiaffone metaforico. Nel qual caso lo scarica barile non avesse funzionato a sufficienza, sarebbe utile far notare che in questo caso prendi è un’azione che devi fare solo tu. Non è “prendiamoCI – TI le tue responsabilità” è proprio “prenditi” da solo, tu e solo tu. Colpa tua, capito? Ci sarebbe ora la questione delle responsabilità.

Intanto, “le” indica effettivamente che sono più di una. Quindi, in pratica, dall’altra parte c’è qualcuno che ti sta, sempre metaforicamente, pestando. Veniamo alla questione responsabilità. Che cosa mi ricorda questo termine? Andando a curiosare qua e là trovo questo riferimento “responsabile: dal latino: [respondere] rispondere, composto di [re] indietro e [spondere] promettere, più il suffisso [-bile] che indica facoltà, possibilità.” Sostanzialmente dice: rispondi, prometti, rendi conto, abbi un ruolo.

Però, neanche male per essere una frase di quattro parole no? La riflessione finisce qui. Magari poi si potrebbe parlare di quanto sia utile una frase del genere con un bambino oppure discutere sul fatto che nel momento stesso in cui la si pronuncia si presume già che l’altro sia in grado di assumersi un ruolo…e se così non fosse?

P.S. Per i pignoli: di solito si dice assumiti, non prenditi…ma questo è un altro argomento!

La potenza di un’azione

Chi conosce la disprassia sa che quando ci si ha a che fare la scena che si palesa è più o meno questa: fate conto di avere un toro incavolato davanti e immaginate di prenderlo letteralmente per le corna mentre la bestia imbizzarrita divincola la testa per impedirvi di tenerla.

Contemporaneamente tira indietro, come un mulo. Un tomulo.
La disprassia è così. Si divincola come una bestia quando cerchi di domarla.
In particolare fa sì che la mano del bambino faccia una fatica impressionante a seguire un binario. La possiamo anche chiamare disgrafia se ci piace essere specifici. E’ un disturbo di cui pochi parlano. In un caso la disprassia è generica, coinvolge un po’ tutto il sistema motorio. Nel caso della disgrafia, parliamo di una sottocomponente che riguarda specificatamente il tratto grafico, cioè la scrittura e il disegno, per esempio.

Ora, io devo insegnare intanto al mio bambino a programmare una linea dritta. Facile vero? prendi un punto A, prendi in mano la penna, colleghi il punto A al punto B. Fatta la linea. Pensate, che per un bambino con questa faticabilità, un’azione così semplice può costare una frustrazione altissima. Se non altro perché mica la linea viene dritta subito. Allora, devi spezzare il compito, procedere per piccoli obiettivi, un pezzettino alla volta…e alla fine la linea viene fuori. Prima sarà simile ad un’onda, poi sarà obliqua, poi sarà un po’ più dritta; prima sarà lunga, poi sempre più corta. Giorno dopo giorno.

C’è chi pretende che i bambini con questo grado di fatica scrivano. Perché ormai hanno imparato come si fa, conoscono le lettere e quindi non si capisce perché non lo debbano fare. Se non scrivono è perché non hanno voglia, e quindi bisogna sgridarli, costringerli, spronarli. Perché sa, se io lo ricatto il bambino, vuole vedere come scrive bene?

Non mi metto a discutere su questo punto perché si commenta da sé. Ma voglio raccontare cosa mi è successo ieri durante una lezione.
Per alcuni di questi bambini, di quelli svegli, attivi, tutto ciò rappresenta un enorme scoglio perché sanno qual è il loro potenziale e, ahimè, non ci possono fare niente. Sono i bambini sensibili che soffrono di più.
Insomma, io devo portare questo bambino a scrivere meglio. Per fare questo, devo spezzare il compito come detto sopra.
Il bambino si innervosisce, scalpita. Eccola lì la bestia da domare, non il bambino sia chiaro, la disprassia. Così, gli prendo la mano delicatamente. Il bambino è nervoso. Gli dico di guardarmi. Sorrido. Lui mi studia. Non lo sa che voglio combinare con la sua mano. Gli dico di lasciarsi andare. Il bambino molla la presa sulla penna, allenta la tensione, e per un secondo impercettibile, si lascia guidare. Ecco, ha fatto una linea perfetta.

Poi lo lascio, fa da solo…e la linea perfetta l’ha fatta lui.

Agli adulti ci penserò dopo

C’era una volta un bambino che andava alla scuola elementare.

Le sue maestre non sapevano bene come insegnargli le cose nuove. Decisero un giorno che questo bambino aveva bisogno di una maestra che lo aiutasse. O meglio, come si dice ora, di una maestra che aiutasse la classe ad aiutare lui. La cosa è un po’complicata, ma la chiamano sostegno. Insomma queste maestre un giorno chiesero di parlare con i genitori del bambino perché secondo loro aveva un problema sul tempo. Era in ritardo.
Quello del tempo sembra un argomento che angoscia un sacco di persone. In ritardo sullo sviluppo normale, in ritardo rispetto agli altri, in ritardo sul programma. Insomma un problema sulla fretta. La mamma del bambino, già che è una che si preoccupa di suo, appare molto spaventata e decide di correre anche lei contro il tempo. Ora io mi immagino questo bambino tirato dal tempo in due direzioni diverse. Una che cerca di recuperare, l’altra che lo rallenta sempre di più.

In tutto questo ci siamo io e il mio bambino che ci guardiamo negli occhi. Io non dico niente, lo rassicuro. Gli dico solo che è potente, che lui può già solo perché è. E’ vivo il mio bambino. Lui corre, e sa essere felice. Lo rende infelice la protesa degli altri, il litigio degli adulti. Gli adulti a volte si dimenticano di essere felici. E allora rendono infelici anche gli altri…ma quando sono i bambini?
Io sono adulto, e vorrei arrabbiarmi con gli altri che gli rendono la vita difficile.
Comunque io e il mio bambino ci guardiamo, lui sorride, si fida e insieme facciamo la lezione.

“Deve essere bello lavorare con i bambini” –
“Sì, i bambini…sono la speranza, sono la vita, sono l’incontro più bello che mi potesse capitare”

Agli adulti ci penserò dopo.

“Criticare” vuol dire costruire o distruggere?

Credo che questa per un genitore, diciamo per un educatore in genere, sia una bella domanda.

Sarebbe se non altro opportuno porsela. Credo inoltre, che tra i tanti mestieri, quello dell’educare sia uno dei più difficili.

La delicatezza, l’investimento di energie, la determinazione e soprattutto la pazienza che bisogna impiegare sono effettivamente ingenti. Il punto è calibrarsi.

Quello del giudizio è un tema difficile. Ha a che fare con la Legge. Ha a che fare con la crescita, ma se usato nel modo sbagliato può essere riduttivo, castrante, doloroso, e può annientare. Oppure rendere la vita molto difficile.

 

Spiegare questo a un genitore, ma anche ad un insegnante è faticoso.

Non sono un’esperta letterata ma la parola “educare” deriva dal latino educĕre, che secondo alcuni significa portare fuori. Al di là dei latinismi, ciò che mi piace di questa parola è “ducĕre”. Condurre.

 

Mi viene in mente che “condurre” è diverso per esempio da “guidare”. La prima ha come caratteristica il fatto che si possa svolgere in compagnia, la seconda è un’azione che si può meccanicamente proporre ad un oggetto. Guido la macchina. Stop.

 

Educare. Condurre. Svolgere in compagnia. Forse ci stiamo avvicinando al punto.

Cercando un po’in giro, una definizione di giudizio in particolare mi è piaciuta: “è l’atto della mente che conferma o nega qualcosa”. Si può tradurre con “parere”, “opinione”. Mi verrebbe da dire con una certa leggerezza “punto di vista”.

 

Poi penso alla parola “critica”, che invece deriva dal greco e trovo questa definizione “Arte o Scienza di giudicare, secondo i princìpi del vero, del buono e del bello”. A fianco trovo un’altra definizione “censura”. Tra me e me dico, ma come? Passiamo dall’arte alla censura?

 

Tornando alla sequenza: educare, condurre, svolgere in compagnia, punti di vista, arte, censura.

Non male come conseguenza logica. Il fatto è che il punto è proprio questo. Cioè ,che quando si educa il rischio è quello di saltare tutti i passaggi intermedi e di passare quindi alla censura in un baleno.

Facciamo un esempio. Ho a che fare con un genitore che mi ricorda ad ogni lezione quanto suo figlio sia inadeguato. Me lo ricorda di fronte al bambino e a volte mi innervosisco. Soprattutto, mi fa notare con delusione che il bambino “non è in grado di”.

Secondo il suo punto di vista, questo è uno dei tanti modi per spronarlo a far meglio. Secondo il mio punto di vista (lo ripeto appositamente “punto di vista”), questo è solo un modo per farlo sentire incapace.

Come faccio a convincere quel genitore che questo modo non va bene?

Come faccio a fargli capire che la critica deve essere un modo per progredire e non per distruggere?

 

Mi dice, allora, che se il bambino è in difficoltà, lei deve farmelo notare. Ci sarebbe poi da discutere sul perché senta la necessità di farlo, (della serie, pensa che io non sappia quali sono le difficoltà di suo figlio? Viene qui apposta!) ma tralasciamo. Quindi, deve farmelo notare; va bene. Perché davanti al bambino? Perché, mamma, devi un’altra volta fargli presente il suo essere sbagliato rispetto ai tuoi canoni?

 

Poi cerco di calmarmi, penso che non è bene per il bambino se sono innervosita.

Chiederò alla mamma un colloquio, penso che abbia bisogno di regole. Infondo, la capisco. Quando una persona si giudica, giudica. Quando è stata molto giudicata, giudicherà. E se non si è appacificata con il suo giudizio, non può educare un altro ad un giudizio equilibrato.

 

Quindi, la capisco. Vorrei dirle, mi dispiace. Vorrei dirle, basta! sei libera! vai benissimo così! Ma purtroppo non ho questo ruolo. Io posso aiutare a trovare una strada con i mezzi disponibili, posso aiutare ad apprenderne degli altri ma non posso in nessun modo sostituirmi.

 

I miei bambini sono attanagliati dall’ansia. Sbagliano, coprono l’errore. Leggono male, si vergognano. Il disegno non è riuscito bene, lo nascondono. Mi affretto nel dire a tutti che a me gli errori piacciono. Dico che non siamo a scuola, e che io il voto non lo metto. Allora si calmano. Prendiamo in giro quelle parole dispettose, definizione di una mia bambina, insieme. Ingabbiamo gli errori in carceri di fantasia, e puniamo i responsabili con una lettura più attenta, convinta, determinata.

Loro sono protagonisti, sbagliano e crescono. Non, sbagliano e si mortificano. Chi l’ha detto poi che l’errore è un peccato?

Quello per prove ed errori è l’apprendimento più evolutivo che ci sia!

 

La responsabilità non si fa colpevolizzando gli errori, si fa accettando i propri sbagli.

Allora poi penso che se entrano con l’ansia ed escono felici, forse sono riuscita a condurre.

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L’era del tablet. Bambini e tecnologia

Quando ero piccola non esistevano i tablet.

Quante volte al mese sentiamo questa frase? Mi viene da pensare che se una frase è così ricorrente tra i nostri discorsi è forse perché in molti ne riconoscono qualcosa che non va. Che sia l’associazione di parole “piccolo” e “tablet”?

Quando ero piccola, nella mia famiglia il primo computer portatile sembrava una scatola estranea. Ricordo ancora il primo gioco che facevo a fianco a mio padre. Molto classico, il principe salva la principessa da i mostri cattivi. Oppure il gatto cercava di acchiappare il topo che si rifugiava tra i calzini. Lo adoravo. Io sono figlia unica e ho sempre desiderato qualcuno con cui giocare. Infanzia difficile? No no, semplicemente volevo condividere e quell’affare mi ipnotizzava. Ricordo ancora il fastidio con cui mio padre mi diceva di smetterla.

Da più grande, è arrivato il primo cellulare (mica mio!), ricordo un Motorola stile cabina telefonica. Non so dire se fosse più grande il corpo del telefono o la batteria. Pareva ti dovessi portare dietro tutta la casa per ricaricarlo. Eppure, ti spostavi e chiamavi, dove volevi. Forse era l’inizio dell’incubo.

Io appartengo alla generazione non molto distante dai piccoli di oggi. Sono parte di quella massa giovane che di solito non parla. Metti che avrebbe anche qualcosa da dire, ma i miei coetanei (mediamente, che qualcuno non si senta offeso, per carità!) tacciono.

Noi siamo il mezzo, il primo risultato del progresso. Le prime conseguenze della tecnologia. Ora, si possono iniziare a fare i conti. Noi, che siamo il prodotto educativo dell’era del duemila. Vi ricordate? Secondo qualcuno, siamo così dipendenti dalle macchine, che nell’anno 2000 doveva esserci un black out totale. Reset.

Apparteniamo, noi “giovani”, alla categoria di quelli che ancora si ricordano delle cabine telefoniche. Dell’ansia di reperire una tessera per chiamare casa quando si faceva tardi. Pensare che oggi basta un sms, comodo no?

L’altro mostro con cui i miei genitori si affannavano a fare i conti era la televisione. Fosse stato per me, mi sarei incollata allo schermo a tutte le ore del giorno e della notte. Luci, colori, storie, racconti, cartoni, programmi per bambini, di tutto. Una fonte inesauribile di anestetico. Il risultato è che oggi perlomeno la televisione in casa non ce l’ho nemmeno, fuori dalla mia vita! Il “mostro” aveva la capacità di alienarmi dalla vita quotidiana. Se mi avessero lasciato lì, probabilmente sarei andata avanti senza interruzione. Perché uscire se c’è la tv? Ah, la mia attività preferita. Casa, pantofole e pigiama, tv. Per fortuna, qualcuno in casa conosceva la bellezza del mondo e mi strappava (letteralmente) dal tentativo della mia mente di crogiolarsi in tanto torpore. Perché quando guardi la tv è così, passano le ore, e nemmeno te ne accorgi. Se uno volesse dimenticare di essere al mondo, gli basterebbe stare incollato, lì.

Poi è stata l’era del Game Boy. La Nintendo probabilmente ha visto crescere fino all’esasperazione dei genitori il suo fatturato. Prima lo schermo era in giallognolo e nero, poi pocket, poi a colori, poi in 2d, in 3d, mancava solo ti facesse la barba. Quello era un altro simpatico sistema per rintronare i bambini e gli adulti. Come dimenticarsi poi della mitica Play Station? Personalmente non ne avevo una in casa, ci mancava solo quella. Ma invidiavo, lo ammetto, i miei amici che potevano usufruirne liberamente a piacimento. Ve la vedete la scena? Due bambini snarocchiosi sul divano, uno che guarda l’altro con aria di sfida misto disprezzo e che dice “io ce l’ho”. E tu, tu che friggi e che pensi “io no”. Poi mi guardo intorno e penso che le cose non siano molto cambiate, alla mia età si fa lo stesso con le macchine. Ma questo è un altro discorso.

Tornando alla tecnologia, al progresso, nel 1998 in casa è arrivato il PC. Anche in questo caso, ero piena di amichetti che già lo avevano da tempo e che ogni volta sfodervano giochi mai visti in questo schermo pazzesco. Quando i genitori di quei bambini mi dicevano “giocate insieme” io mi sentivo un po’ritardata perché non riuscivo a comprendere come si potesse giocare insieme se il giocatore previsto era uno e un unico. Poi c’era il problema delle vite e dei record. Guai a sbagliare una partita con il profilo del tuo amico, gli abbassavi il record, eh!

La mia povera mamma, che si è tenuta lontana dalla tecnologia il più possibile, a sentire le bolle del salva schermo sosteneva ci fosse una presenza in casa. Come darle torto?

Ora che sono grande, la scena che mi si para davanti è un po’questa. Esci a cena, al pub, al cinema, a bere l’aperitivo e ti trovi sempre a fare i conti con il tuo amico e con un fantasma. Questa volta parliamo del cellulare. Anche se Smartphone fa più avanguardia.

Il fantasma si può chiamare, “il/la fidanzato/a a cui devo rispondere per forza”, “mamma e papà che se non rispondo subito pensano che sia morto”, “la zia che mi deve saper dire la ricetta dei broccoli se no poi non la trovo più”, “la nonna che ha imparato di recente a usare il cellulare e le devo dire che è stata brava”. Esagero, ma il concetto è che questi accidenti di affari ci hanno condizionato la vita. Anche la mia, senz’altro.

Poi ti giri, e al tavolo vicino trovi due coppie. Una ha un figlio piccolo, bellissimo. Curato, buono, vestito alla perfezione, non ha un centimetro fuori posto. A volte mi chiedo, ma come fanno ad avere sempre le taglie perfette? Va beh, poi lo riguardo e lo vedo. Un altro mostro in mano! Ma cos’è quello? Ebbene, è l’ultima genialata per anestetizzare i bambini. Per farli stare buoni mentre mamma e papà hanno da parlare. Dopotutto è fastidioso un bambino che disturba mentre mammina parla dell’acconciatura di questa stagione.

Quindi, hai visto com’è intelligente mio figlio che a 3 anni sa già come si usa? Penso. Come?!

Ora, mi sento già le critiche nelle orecchie. Il progresso, la tecnologia, i bambini più intelligenti, sono più attivi, altro che noi! Sentite, il punto non è la tecnologia. Il punto è l’uso. Credete che quando fu inventata la ruota fossero tutti d’accordo? Certamente qualcuno avrà rimpianto le fatiche nel trasporto, quelle sì facevano bene alla salute. Ma pensate che dall’invenzione del carro qualcuno abbia avuto l’idea geniale di montare un bambino di 3 anni alla guida, in funzione del progresso? Chissà, magari saremmo in un mondo migliore in cui a 6 mesi ti dicono già come si programma la lavatrice.

Ma qual è l’utilità di questa cosa? Vogliamo ricondurre la questione a comprendere chi sono i bambini e quanto importanti siano le relazioni?

Ecco, quando ci avete pensato, fate così: invece che andare a cena voi, le vostre amiche, vostro figlio e il tablet, cercate di fare qualcosa di meno altisonante e godetevi l’infanzia del vostro bambino.

Domani è già cresciuto, e il tablet, per quanto all’avanguardia sia, quegli anni non ve li restituirà mai.

 

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